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Psicologia

DIVENTARE GENITORI
LA COPPIA INFERTILE

Quando la spinta a realizzare il desiderio di maternità e paternità e diventare genitori richiede di accettare una condizione e una diagnosi di infertilità 
e di affrontare un percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA)

Cosa penso di me? Come mi sento? "In difetto", "Imperfetta", "Menomata", "Senza nemmeno il minimo sindacale”, “Il mio corpo mi tradisce"


Questi i vissuti, la percezione di sé, di quelle donne che non riescono ad avere figli, quelle donne che incontrano e vestono la diagnosi di INFERTILITA'.
Come integrare questi vissuti nell'immagine di sé senza accusarne l'impatto, senza subirne il colpo, senza che ciò si costituisca come elemento traumatico nelle loro storie?
Occorre loro un SUPPORTO PSICOLOGICO, e questo aiuto, indispensabile, dovrebbe essere sempre e da subito proposto in prima battuta dai medici GINECOLOGI cui queste donne si rivolgono: un aiuto previsto, caldamente suggerito e garantito.


Un aiuto psicologico permette di elaborare vissuti penosi, come questi, che invadono la donna quando riceve una diagnosi di infertilità, condizione imprevista che impatta e mina alla base la femminilità e le potenzialità quindi di accedere alla dimensione materna, a quella versione di sé come madri, che lì sfugge, sfuma, inarrivabile e irrealizzabile. Non vi è più certezza di sé, l'immagine e la percezione di sé subisce un forte attacco, il loro sentirsi donne capaci e complete, donne in grado di generare, donne in grado di realizzare se stesse e la coppia dando vita a un figlio è sotto attacco. 

Incompletezza, inadeguatezza, incompiutezza, auto-colpevolizzazione, auto-svalutazione, per difetto, per mancanza.

I VISSUTI

Quando si avverte che qualcosa non sta funzionando, che il figlio non arriva, e si insinua il dubbio, e insieme l’ansia, rispetto alla capacità procreativa propria o dell’altro…ecco che ha inizio una prima fase di quel percorso che esita poi nella diagnosi, e che già di per sé comporta importanti fatiche emotive, di accettazione ed elaborazione di un limite che ci si trova inaspettatamente davanti.

L’idea che procreare sia o debba essere un evento naturale e fisiologico, scontato, dovuto, universalmente presente, possibile se non a tutti quantomeno ai più (appunto), inizia a vacillare e lascia spazio a una serie di dubbi e interrogativi, aprendo in parallelo una nuova finestra di pensiero, in cui prende forma, pian piano, l’idea che generare un figlio non sia sempre così immediato, che ad alcuni e per alcuni il processo possa essere più complicato, meno naturale, fino a rendersi conto e focalizzare che quel “qualcuno” siamo proprio noi, che “i più” non sono “tutti”.

Di qui originano, si scatenano e invadono confusamente innumerevoli pensieri, sensazioni, sentimenti e vissuti, di ogni genere, dalla rabbia alla frustrazione, dal senso di ingiustizia alla colpa, e si innescano meccanismi di coppia disfunzionali in cui l’energia negativa è rivolta a sé o all’altro o a entrambi, e che trattano un tema di accusa e colpevolizzazione o svalutazione e inadeguatezza, a seconda che la difficoltà a procreare sia avvertita come “colpa” o come “malattia” - una sorta di incapacità o mancanza. Questi sono infatti spesso i versanti su cui ci si colloca. Comprensibilmente, è difficile che si affronti questa condizione accettandone i limiti e le fatiche senza che a ciò si accompagni un forte coinvolgimento emotivo di natura aggressiva (verso sé o l’altro) o depressiva.


Accettazione, resilienza e equilibrio, proprio e di coppia, sono i focus chiave su cui lavorare da un punto di vista psicologico.


Prima la diagnosi, e poi l’iter di trattamento, il percorso di PMA, che quando si protrae annoverando un numero sempre maggiore di tentativi, che significa di insuccessi, mette a dura prova la persona e la coppia, e grava sulla capacità di tenuta fisica ed emotiva. Se nel post-diagnosi può emergere una grande forza, volta a sfidare la diagnosi stessa, una carica reattiva che aiuta ad affrontare in un primo momento il percorso, i continui insuccessi dei trattamenti costituiscono colpi da incassare che vanno a minare alla base la fiducia e la speranza inizialmente, generalmente, più solide; le forze iniziano a vacillare, e costa sempre più fatica dover auto-ricaricarsi e auto-motivarsi ogni volta, andando ad opporsi alla realtà oggettiva che dice che il trattamento non sta funzionando. Subentra la sfiducia, diminuisce la speranza e la convinzione di potercela fare. Per non alzare le mani rinunciando al proprio sogno, alla coppia è richiesto allora di mostrare una resilienza continua e sempre maggiore, una capacità di mantenere e non perdere stabilità ed equilibrio.

Si tratta di continue oscillazioni tra fiducia e sfiducia, speranza e delusione, movimenti di spinta e motivazione alternati a frustrazione e rassegnazione.



LA COPPIA

La coppia può reagire a diagnosi e trattamento rafforzandosi fortemente o, viceversa, allontanandosi. Se da un lato infatti si trovano coppie che vivono la condizione di infertilità come difficoltà da affrontare insieme, come fatica condivisa che i due partners uniti possono affrontare e superare, aumentando la propria solidità e la propria complicità e alleanza, altre coppie rimangono invece imbrigliate lungo ill percorso, nella confusione di sentimenti negativi interni alla coppia, intrappolate nei vissuti di colpa o rabbia, che più o meno esplicitamente vivono nel rapporto logorando pian piano l’unione. Fattore importante che incide sulla capacità della coppia di rimanere unita e non soccombere alle difficoltà è certamente dato dalla durata dei tentativi e dal loro esito.

A diagnosi avvenuta, all’inizio del percorso, ma anche di volta in volta a ogni tentativo, i due partners si trovano in qualche modo a dover chiarire e ri-definire i propri obiettivi, di coppia e di vita, come a trovarsi ad ogni tentativo di fronte ad un bivio, a una scelta: sono sostenuti da un effettivo desiderio di avere un figlio, “costi quel che costi”, da una autentica spinta ad allargare la diade e raggiungere l’obiettivo generativo, oppure a fronte dei vani sforzi profusi sentono "adeguata" la dimensione di coppia, che vivono comunque come fonte sufficiente di soddisfazione e appagamento, vacillando così nella convinzione e nella motivazione a procedere nel percorso di PMA? Sono ancora proiettati e investiti del progetto condiviso o forse pronti a fermarsi?

La coppia tiene se i due sono allineati su un unico obiettivo, se hanno in mente la stessa scelta di vita. Più complicato quando i partner tendono verso direzioni diverse. Un membro della coppia rimane convinto di voler intraprendere il percorso di PMA, l’altro dimostra di poterne fare a meno, non si sente, o non più, di percorrere ancora quella strada, e quindi non condivide, non sostiene, o sostiene solo in parte, il partner. E’ anche possibile dunque che si parta insieme con eguale motivazione forte e autentica a intraprendere il percorso di PMA ma ci si perda poi per strada; il punto di confine, di attiva e consapevole rinuncia e di accettazione a fronte di tentativi con esito negativo è del tutto soggettivo, tra le coppie ma anche internamente alla coppia.


GLI ALTRI ATTORNO 

Comprendere cosa accade e quali sono i vissuti specifici del singolo o della coppia è fondamentale, proprio perché è su quelle fatiche e su quelle emozioni del tutto personali che deve essere rivolto l’aiuto e il supporto emotivo e psicologico che bisogna attivare. I professionisti vanno infatti a fornire un aiuto mirato a quello che la coppia porta, alle dinamiche specifiche che sono in atto in quel momento. Se pur ci sono aspetti comuni tra le coppie infertili non c’è un tipo di intervento psicologico che universalmente funziona per tutte le persone che affrontano questa difficoltà e dunque il percorso di PMA, proprio perchè mille e milioni sono i pensieri e/o i vissuti che si possono attivare e che dipendono da diversi fattori legati al singolo o alla coppia, cultura, storia di vita, background, caratteristiche personologiche, aspettative personali e sociali ecc. L’aiuto psicologico segue anche l’evoluzione del percorso medico, modificandosi se occorre rispetto all’andamento delle diverse fasi della storia clinica.

Il lavoro di supporto psicologico, poi, può essere rivolto alla coppia o ai partners singolarmente: a seconda della necessità che emergono si può avvertire l’esigenza di un percorso proprio, individuale, oppure il bisogno rimane quello di lavorare come coppia sull’esperienza comune che si sta vivendo.

Non bisogna dimenticare il contesto in cui è inserita la coppia, contesto che quando è in grado di comprendere e fornire un buon supporto emotivo-affettivo crea delle condizioni di serenità e tranquillità in cui i due partners possano sentirsi accolti, sostenuti e rinforzati. La rete sociale intorno è dunque elemento che influisce sulla capacità di tenuta dei singoli e della coppia, ovvero incide aggravando o attenuando il livello di stress e i sentimenti e i vissuti negativi legati alla situazione.


GLI AIUTI

Il medico ginecologo che introduce la coppia al percorso e la accompagna in tutte le sue fasi dal punto di vista medico può giocare un ruolo anche determinante rispetto a come viene vissuta l’intera esperienza. Si tratta della capacità di intervenire a supporto della coppia fornendo un contributo e un’assistenza dal punto di vista medico, e quindi tecnico, senza escludere però la componente emotiva, relazionale, umana, fondamentale nel rapporto con la coppia-paziente. Tenere conto allora dell’impatto non solo fisico delle tecniche che vengono attuate dimostrando un atteggiamento accogliente e comprensivo, aiuta a mantenere alto il livello di fiducia, la motivazione, ma anche la reattività e la tollerabilità delle cure e delle terapie, aspetti che incidono sull’andamento del trattamento e sull’esperienza soggettiva dello stesso.

Il trattamento infatti è un percorso lungo e faticoso in cui ogni momento, ogni visita e ogni intervento ha un peso significativo tanto fisico quanto emotivo, che non può essere trascurato o sottovalutato. Facile cadere in un senso di frustrazione, demotivazione e sfiducia. Una buona relazione medico-paziente può rendere l’esperienza più tollerabile, meno traumatica, al di là dell’esito finale.

L’aiuto psicoterapeutico è poi risorsa elitaria che permette alla coppia di avere un momento dedicato in cui dire e elaborare la propria sofferenza, la fatica di accettazione prima e gestione dopo della condizione di infertilità e di tutto il percorso di lì a venire. Dare un senso e un significato accettabile e tollerabile a quanto accade. Il lavoro va a concentrarsi spesso primariamente sulla ferita narcisistica che questa condizione genera in entrambi, pur prendendo forme diverse e originando da cause differenti per l’uomo e per la donna.


ETEROLOGA

Il passaggio ulteriore che prevede la necessità di ricorrere ad un terzo, esterno alla coppia, può essere vissuto con grande fatica e causare una sorta di sbilanciamento e disequilibrio laddove uno dei due può esprimere naturalmente la propria fertilità e poi genitorialità, l’altro invece deve fare un passo indietro e accettare qualcosa che non gli appartiene e che in parte non appartiene nemmeno alla coppia. Una sorta di altro immaginario, un terzo, un fantasma buono, con cui convivere che entra nella coppia e che deve essere accolto, incluso e integrato nel progetto famigliare. Quando la coppia sceglie la strada di una donazione doppia di gameti (doppia eterologa) i partners si trovano in una sorta di condizione di parità ed è come se giocassero “ad armi pari”; questo evita, per certi versi, l’instaurarsi di meccanismi e dinamiche frutto di un non equilibrio delle parti. Qui il fantasma da includere ed accogliere nella coppia è comune.


IL LIMITE

Qui entra in gioco la tenuta fisica ed emotiva della donna ma anche della coppia; la tenuta all’insuccesso, la tolleranza della frustrazione e della delusione delle aspettative che continuamente spingono e attivano e che ogni volta vengono disattese riportando nell’abisso come un’àncora, da cui ogni volta doversi sganciare per recuperare nuove forze. Ogni donna e ogni coppia ha la propria capacità di tolleranza prima, e di resilienza poi, la propria capacità di auto-motivarsi e non scoraggiarsi, di ricaricarsi e recuperare nuova fiducia nonostante continui e ripetuti fallimenti. Il limite, il “basta”, il punto di rinuncia e di abbandono è molto variabile ed è difficile da dire perché comporta una rinuncia interna, definitiva, ad un sogno e a una prospettiva di vita, individuale e di coppia. Ed è proprio la coppia stessa, a quel punto, a dover essere pronta a rimanere tale, ovvero in una dimensione duale, pronta a “bastare a se stessa”.


L'OBIETTIVO

Ciò che muove la coppia è il desiderio di allargarsi ed espandersi generando il frutto del loro amore e dunque le energie sono canalizzate in una fantasia generativa comune, per un progetto condiviso; ciò che muove la donna ad iniziare ed affrontare questo percorso è un obiettivo e una spinta interna spesso anche visceralmente connotata, una forza che la rende capace di sostenere grandi fatiche, tollerare difficoltà fisiche e non, interne ed esterne, proprie e della coppia, dimostrando una tenuta e una determinazione che fortunatamente spesso vengono ripagate da un test positivo. Con la stessa convinzione, energia fisica, mentale ed emotiva queste donne portano avanti poi la gravidanza e a compimento e realizzazione il sogno della coppia, un figlio.