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Psicologia

Maternità & Lavoro


evento MaMi Business


I INCONTRO 25 novembre 2017 

II INCONTRO 21 aprile 2018


Vedi la presentazione integrale 

MAMMA...CHE FATICA!

Un progetto nato da un'esperienza autobiografica.


Quando la nascita di un figlio, o due, o tre, comporta la necessità di trovare nuove forze e nuove energie, e la capacità di tenere insieme tutti i pezzi di un puzzle che diventa sempre più grande, articolato e complesso.


Come e cosa cambia quando non si è più i soli e unici protagonisti della propria vita...perché è arrivato un figlio o magari due o....tre...!

La fatica delle mamme è in primo luogo prettamente fisica, e più alto è il numero dei figli, più gli sforzi aumentano! Ma certamente rilevante è anche la fatica emotiva, la fatica che comporta sostenere alcune richieste dei figli, alcune modalità e alcuni comportamenti. Alla base, la fatica si trova nello stesso fatto di dover anteporre spesso (se non sempre!) i bisogni del figlio ai propri, dover rispondere prima alle sue esigenze, dare spazio prima ai suoi desideri che non ai propri. Questo è in una certa misura fisiologico, è richiesto dalla natura stessa, soprattutto nei primi anni di vita di un figlio; è importante allora che una mamma riesca a fare questo movimento. D'altra parte uno sforzo eccessivo o eccessivamente prolungato in questo senso fa maturare una senso di fatica e frustrazione che a lungo termine genera un importante disagio. E dunque è qui che occorre ridare uno spazio ad esigenze e spinte personali, far tornare in gioco parti di sé diverse e non connesse al ruolo genitoriale.

Ecco che i ruoli e le dimensioni di sé si moltiplicano, come le forze e le spinte interne ed esterne, diverse e a volte in contrapposizione. Non si può negare, in molti casi, la fatica di trovare ed assestarsi su un nuovo equilibrio, di soddisfazione piena, e serenità. Quante parti da integrare e conciliare...Tenere duro per non mollare niente e non perdere motivazioni e forze...non perdere parti di sé. 

Compresente è anche la gestione della coppia, dell'altro...che a volte aiuta e favorisce e a volte no, e che comunque richiede di giocare un'altra parte ancora di sé.

Come ovvio poi le strade e le implicazioni sono mille e milioni....tutte personali e uniche ma anche spesso condivise e condivisibili.
Tre i focus di lavoro (mentale)... la persona, nella parte che gioca su e per se stessa, la mamma-genitore, e la parte legata all'altro, ovvero la coppia da alimentare e non tralasciare.

Siamo in una terra di mezzo...perché non si tratta di patologia ma di una fatica che però può davvero mettere in scacco la persona, e forse anche la coppia.

Lo spazio che si intende è mentale prima ancora che fisico, ed è dedicato a consulenze individuali, per entrare e lavorare sulle storie personali. 
Incontri di gruppo, di condivisione, o di introduzione a un lavoro individuale possono rappresentare un'altra efficace strada da percorrere.


La mamma sufficientemente buona di D. Winnicott



…un sufficientemente che salva la mamma da se stessa.




Quel sufficientemente che permette alla mamma di poter non essere perfetta. Una parola che ci dice che essere perfetta, come mamma, è già dato come non possibile. 

Quel sufficientemente che deve sollevare almeno in parte dai sensi di colpa per gli errori che inevitabilmente si commettono nel ruolo di genitore, per i cedimenti e le difficoltà a cui si è esposti, per le volte in cui si perde il controllo e solo dopo ci si rende conto di averlo fatto. 

Quel sufficientemente che, noi mamme, dobbiamo accettare e accogliere come bussola, che dà conto di ciò che è possibile, cioè non tutto e non sempre; dei limiti che abbiamo, dunque. Quel sufficientemente deve dare una serenità e un alleggerimento dalla responsabilità educativa di cui sentiamo il carico.

i manuali, le teorie che tanto si ricercano, si leggono e si studiano, aiutano sì a comprendere, a capire, ad approfondire e a orientare nel svolgere il ruolo di genitore.  Ma non devono alzare un'asticella che è spesso già alta, rispetto a quanto ci si aspetta che una madre sia o faccia. Non devono andare ad aumentare o aggravare una sensazione di inadeguatezza e, appunto, di non sufficienza che già una madre spesso avverte, quell'insicurezza o il timore di non capire abbastanza o del tutto un figlio o di non saper rispondere sempre e appieno ai suoi bisogni. Se già è presente in parte questa incertezza, i manuali rischiano di far sentire la mamma ancora più lontana da ciò che dovrebbe essere e da quel che sarebbe giusto facesse…creando un gap tra mamma reale, cioè ciò che può effettivamente essere e fare, e mamma ideale, la mamma come il manuale la descrive, perfetta! Questo rischia di demotivare piuttosto che aiutare. Il modello non lascia scampo e spazio a minori livelli di "performance". Ecco perché le mamme che sono anche psicologhe fanno spesso ancora più fatica, ancor meno riescono ad accettare i propri errori, i cedimenti, le fatiche, a perdonarsi, a rispettare e accogliere come "sufficientemente buona" la mamma reale e lasciare da parte, sui manuali, la mamma ideale, quella PERFETTA. Non solo sanno come dovrebbero essere ma anche quali conseguenze può comportare il non essere come dovrebbero.... forse sanno troppo?!?!? E non riescono a tenere a mente anche quella parte dei manuali che guarda alla madre, e che con quel sufficientemente, già dai tempi di Winnicott, accoglie le sue fatiche e le restituisce la possibilità di sbagliare; con consapevolezza e desiderio di migliorarsi, certo, per meglio capire e rispondere ai bisogni del bambino dandogli accoglimento e rispecchiamento, fiducia e sicurezza, ma ... potendo sbagliare.

In un'opportuna flessibilità che oscilla tra reale e ideale, tra il possibile e l’atteso, in un senso costruttivo e migliorativo e non invece demoralizzante e demotivante.

L’accettazione dei limiti propri è allora un passaggio fondamentale, il primo passaggio che occorre fare, utile a tenere a bada i sensi di colpa per la mancata perfezione nel ruolo.


Perdonarsi gli errori, non dimenticandosi mai di quel sufficientemente che salva.

LA FUORI C'E' UN MONDO!


Spesso le mamme sono come immerse in una sorta di microcosmo; questo è fisiologico, naturale, anche protettivo verso il figlio, a garanzia di una dedizione e di un investimento forte sul nuovo (ma non per forza) nato. Come per ogni cosa però il sistema per essere funzionale e funzionante non può rimanere, per un periodo eccessivamente lungo, rigidamente chiuso in se stesso, serrato e impermeabile a stimoli esterni. Deve invece sapersi aprire al resto, al contesto...al mondo là fuori… perché là fuori c'è un mondo! 

E’ importante che rimangano aperte delle finestre, occorre poter respirare un'aria diversa, poter riemergere e uscire. Ciò serve a non comprimere, o reprimere esigenze altre, che pur si avvertono, a ricaricarsi di nuove energie, scaricando sforzi e pressioni, lasciando andare lo stress e prendendo invece nuovi spunti vitali.

Il sistema che rimane chiuso alimenta e fomenta stati di tensione fino a portare a saturazione, e crisi. Un buon livello di permeabilità che consente di entrare e uscire, buttare fuori e accogliere il nuovo che da fuori arriva e fuori si trova, va in direzione di una funzionale e adattiva fluidità e flessibilità. Scambi interno-esterno rivitalizzano, oltre a decomprimere. Alcuni momenti permettono più facilmente di aprire e abbracciare esperienze diverse dal microcosmo casalingo, altri momenti richiedono invece una buona capacità di chiudere e ricompattarsi in un nucleo famigliare unito in cui i membri si avvicinano e si stringono. 

Si tratta di sapere uscire per poi rincasare.

Per una mamma ricavarsi spazi fuori dal contesto famigliare permette di alimentare le forze, l'umore, la serenità e l'energia, aspetti che per una sorta di proprietà transitiva passano e arrivano al figlio, entrano in casa con lei quando rientra. Ecco perché questi movimenti vanno incentivati, e non invece rimproverati e considerati un inopportuno distacco dalla cura dei figli. 

Il lavoro, quando rappresenta la realizzazione di una passione ed è ambito vissuto con positività e buon investimento, può già essere luogo e momento in cui la donna riprende una dimensione di soddisfazione e gratificazione. Lì si può infatti spendere e sperimentare in un ruolo in cui sa di esprimere capacità e competenze di cui è forte. E certamente ambiti di piacere con amiche o qualsivoglia attività che risponde a interessi e passioni sono da mantenere, favorire e incoraggiare.

Non si tratta quindi di una dicotomia o di due dimensioni che si autoescludono, mamma vs donna, piuttosto di una complementarietà, che ognuna vive poi con i propri tempi e con modi del tutto personali, ma che certo non deve essere bandita o mal vista. Il distacco momentaneo dal figlio, o dai figli, è da leggersi dunque alla luce di un sano, costruttivo e funzionale egoismo che va a beneficio di una maggior serenità della persona, e della persona nella sua relazione con i figli, con il marito e con la casa (e ciò che questa rappresenta). Non dunque un movimento egoistico di cui sentirsi in colpa bensì una spinta che a medio-lungo termine permette e favorisce un clima famigliare di maggior serenità e positività, lontano da rivendicazioni e frustrazioni, spesso silenti e proprio per questo ancor più distruttive, che sono di fatto l'anticamera di crisi e rotture importanti.

Perchè il microcosmo "casa" non sia vissuto, come a volte rischia di accadere, dall'uno o dall'altra come una situazione di costrizione e impedimento e sia invece luogo e spazio di calore e accoglimento, positivamente percepito. 

Quanto detto vale non solo per la mamma, o nel caso per il papà, ma anche per i due, per la coppia. Anche la coppia va infatti mantenuta viva e vivace attraverso esperienze altre, extra-casalinghe. La coppia infatti può/deve esprimersi e vivere anche al di fuori, può uscire a raccogliere spunti nuovi senza chiudersi e cronicizzarsi in modalità e meccanismi che, se disfunzionali, non trovano vie di uscita e possibilità di cambiamento. 


Aprire piccole e grandi finestre è allora di giovamento per l'intero nucleo famigliare. 

Il microcosmo va reinserito e reintegrato nel più ampio e ricco macrocosmo.


Wonder woman di carta velina


Sembrano wonder woman, ma si sentono cartavelina.


Così, tante donne ci sembrano forti, solide, decise, determinate, dotate di grandi energie, capaci di sostenere carichi di lavoro elevati e ritmi molto intensi, di portare avanti carriere brillanti, in grado di investire energie e impegno per tutta la giornata lavorativa e nondimeno dedicarsi ai figli con altrettante forze, donne che sembrano non stancarsi mai. Donne che vogliono, e raggiungono, posizioni lavorative di alto grado e responsabilità, carriere vertiginose, donne che puntano all’obiettivo e lì arrivano, donne che diventano madri a tutti i costi vivendo sacrifici come se la natura fosse dalla loro parte, che non si arrendono a quei momenti difficili e provanti e che non cambiano il ritmo. Che danno se stesse, che si dedicano ai figli, alla coppia e alla famiglia con entusiasmo e positività come se tutto andasse per il verso giusto anche quando vanno controcorrente, sfidando le leggi della natura. E tengono uguale il senso di marcia e sempre uguale e spedito il ritmo di marcia. Energie profuse in modo continuo e costante su diversi fronti, lavoro e casa, come vi fosse una riserva per queste donne più grande e ricca e profonda che in altre.

Donne che affrontano ciò che la vita mette loro davanti trovandosi sempre, sembra, preparate, pronte, capaci, in grado di sostenere di tutto il peso emotivo oltre che fisico, reggere i cambiamenti, le difficoltà, gli ostacoli, gli impedimenti fuori di sé o dentro sé. Come se nulla riuscisse a rallentare e intervenire su quella marcia, quella marcia che non si può fermare.

Donne che sembrano non cedere mai, non mollare mai.

Donne che fanno, fanno tanto, fanno sempre: costruiscono idee e realizzano progetti, cambiamenti che si avvicendano, evoluzioni che cambiano gli assetti e assetti che si cambiano senza destabilizzazioni, sembra. Donne che muovono se stesse e la famiglia, nel mondo, per trovare condizioni migliori, ancora migliori, e vanno avanti, si riadattano come se ritrovare nuovi assetti propri e famigliari non portasse conseguenze e risonanze affettive a volte forti e importanti. O come se riuscissero a far fronte anche a quelle, senza contraccolpi.

Problematiche fisiche che le mettono davanti a dei limiti, di sé, del proprio corpo, e che invalidano, che non permettono. Ma a cui rispondono, sembra, sempre e ancora una volta pronte, capaci, forti. Donne che ce la fanno, sembra.

Senza subire quei contraccolpi, che invece, prima o dopo, inevitabilmente, si sentono, arrivano, si presentano. Alla loro porta.

Donne che sanno fare ciò che, si sa, deve essere fatto; che sanno fare anche per gli altri, ma che facendo per gli altri si trovano a non fare per sè, trascurando, silenziando i loro bisogni, i loro desideri, il proprio istinto. Che fanno comunque e che continuano a fare anche quando, in fondo, vorrebbero dire no, perchè non se la sentono, non sono pronte, ma devono tenere, devono continuare la marcia, o la corsa, meglio. Sempre alto il ritmo.

Seguono tempi che non sono fisiologici, non sono i loro, ma che dettano legge, dicono loro cosa va fatto, tempi da cavlacare, dunque. Al di là di loro.

Donne in movimento, donne che si muovono, si muovono tanto e sempre.

Si muovono e se non si muovono stanno male, hanno bisogno di mantenere quel funzionamento ad alto regime.

Alto il controllo, sugli altri, sul mondo, su di sé.


Perché lo spazio vuoto che si crea se si fermano, lo spazio mentale, vuoto, che rimane se si rallenta, se non si fa, è poi da gestire. È la resa dei conti, forse. È più pericoloso, più impegnativo, più difficile da sostenere del ritmo frenetico continuo, compulsivo. Perchè in quello spazio e in quel momento in cui si è fermi vengono a galla i pensieri, riaffiorano i vissuti, prendono vita, corpo e animo le emozioni.

Il continuo indaffararsi, correre, cercare, raggiungere è volto a nascondere, e ha solo compresso. Un fare per non vedere, per non sentire, per non sentirsi.

Ma sono poi quelle emozioni inascoltate, trascurate, soppresse, compresse, a prendere forma nel corpo, e a tramutarsi in dolori, in sensazioni fisiche, in tachicardie, in mal di pancia, in contratture muscolari, in mal di testa, e cosi via.


Donne che non si fermano, non si fermano fino a quando riescono a correre. Ma che quando si fermano iniziano a sentire.

Se si fermano devono riconoscere e riconoscersi anche per il dolore che portano, anche per la fatica, per le sofferenze, la rabbia, la voglia di mollare, le sensazioni di inadeguatezza, di impotenza, per le paure.

Quel riconoscimento di sé è la cosa che spaventa più di tutto, quel sentirsi nude di fronte a se stesse, perché le mette a rischio di un crollo, il crollo di wonder woman, il crollo di un’impalcatura, dell’armatura, della difesa, dell’immagine di chi ce la fa, di chi è in grado, di chi sostiene, di chi è forte, determinata e decisa. Va tutto bene.

La faccia della vulnerabilità, della fragilità e della paura è quella parte di sé più difficile da accettare.

La tenuta che non tiene più crolla su se stessa, esplode o implode.

Se esplode nella stanza di terapia può aprire ad una ricostruzione, in un ambiente protetto. Se implode senza essere riconsociuta e gestita è malattia, è emozione e vissuto fuori controllo, è depressione, è aggressività distruttiva, è sintomo somatico.

Bisogna essere pronti quindi a sentire queste emozioni, bisogna sentirsi al sicuro, e spesso non lo si è e per questo il movimento è quello di fare e non pensare, fare per non sentire. 


Sembrano wonder woman ma si sentono carta velina.


Quando si fermano e scoprono di sentirsi come cartavelina devono essere le prime a sapersi accettare, ad accettare le proprie aree di fatica, di vulnerabilità, le proprie parti più insicure; accettare il senso di inadeguatezza, la paura di non riuscire, di non farcela, di sentirsi sole, di non essere forti abbastanza, e davvero.

Quando si fermano i loro bisogni irrompono, le emozioni bussano e vogliono farsi sentire, e a gran voce a volte si fanno sentire. 

E queste donne, se si fermano, si trovano a dover dare spazio a tutte le parti di sé, a spinte interne che non hanno avuto ascolto e voce prima, che non hanno avuto ossigeno ma che c’erano, latenti; si trovano, queste donne, quando si fermano, a dover dar loro il diritto di esserci e di avere un posto, un posto nel loro mondo. Di qui la paura di fermarsi. E insieme l’asupicabilità di farlo.


E’ il corpo spesso a dare l’allarme, a richiamare attenzione.


Come riuscire a integrare due aspetti di sé? Perché ci sono entrambi in queste donne, l’efficienza e la vulnerabilità, ma una faccia copre l’altra. L’apparenza inganna l’essenza. Wonder woman di carta velina.


Occorre creare un momento, uno spazio in cui ci si astiene dal fare, e ci si ascolta, o, meglio, si lasciano parlare quelle emozioni, quei vissuti, si sente la fatica, il dolore, la sofferenza, la rabbia, l’impotenza. Uno spazio in cui si parla di quei vissuti depressivi nascosti dietro a quell’incontenibile e incontrollabile efficienza, di quei vissuti aggressivi celati dietro a un apparente equilibrio e una facciata di normalità. Di quei vissuti di inadeguatezza, nonostante cui si stringono i denti e si continuano a mantenere quegli alti ritmi e livelli di funzioamento, di quella voglia di mollare che non possono dire, nascosta in tutti quei progetti e cambiamenti di cui si caricano la vita.

Uno spazio e un tempo per guardarsi e sentirsi per riconoscere dei bisogni del presente o del passato, forze interne che spingono oggi o che c’erano prima e che non abbiamo saputo o potuto ascoltare.


Arriva il momento, per fortuna, in cui fermarsi si rende necessario ed è il momento della crisi.

E nella crisi si può chiedere aiuto, si può aprire una possibilità. Quella possibilità che non ci si è dati prima per ascoltarsi.

La crisi apre la strada alla possibilità di dare voce e luce finalmente a quelle emozioni e a quei bisogni che ora possono e devono essere riconosciuti, definiti e integrati.

Dobbiamo rispondere a noi stessi, dare spazio a tutte quelle parti di noi, accettarle, integrarle.

Lo spazio e il tempo della terapia intervengono qui, si connettono, nella crisi, a quello spazio e a quel tempo che la persona timidamente e timorosamente apre.

Nella stanza terapeutica si usa quello spazio, nel sicuro della relazione terapeutica, e si vive quel tempo e quella relazione per parlare dei bisogni e farli parlare, dare loro un posto, un valore, un significato.