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Psicologia

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Adolescenti in blocco


Ragazzi "sdraiati” come li chiama M.Serra, che non progettano, non si attivano, si siedono e aspettano, perdono tempo, non finalizzano o fanno di un fare a-finalistico, che non sentono, in un’apatia che è un vuoto, di immagini, di pensieri, di spinte vitali, in un’assenza di obiettivi, propri e del mondo, che stanno a letto, fumano, capaci per lo più di relazioni sentimentali instabili, insoddisfacenti e non funzionali, che sono immobili, o disorientati, spaesati, o che sfidano, pretendono, richiedono, e resistono, cioè fanno resistenza, ai genitori, al mondo, ma anche e soprattutto a se stessi.

In ogni caso non crescono, non evolvono, non vivono superando i compiti evolutivi della “fase dell’adolescenza”, non riescono a transitare dall’adolescenza all’età adulta. 

Piuttosto, lì si siedono e aspettano. Chi? Cosa? Si aspettano, ci aspettano.


Blocchi evolutivi che sono l’esito di capacità, ruoli e funzioni genitoriali ed educative disfunzionali e inadeguate a tal punto da costituirsi come “traumatizzanti” per la crescita del bambino, del ragazzo, dell’adolescente di oggi.


S.Cirillo parla di “sindrome di risarcimento” per dare un nome al sentimento di quei ragazzi che in qualche modo e misura si sentono danneggiati da un’esperienza di crescita fino a quel momento vissuta e percepita come particolarmente difficile, disfunzionale e inadeguata, fonte dunque di importanti sofferenze; la sensazione che si portano dietro è allora quella di essere stati danneggiati, e che, per questo, giunti alla soglia di un passaggio evolutivo importante, di crescita, non sono in grado e non riescono ad andare avanti e crescere ed evolvere, non investono su di sè. Restano piuttosto bloccati in un ruolo di vittime, e sono sostenuti dall’aspettativa che siano gli altri, i genitori, a dover riparare a quanto avvenuto, a risarcire loro di quelle esperienze così inadeguate, a riparare e cambiare non solo il presente ma anche quel passato che li ha “rovinati”.

Rimangono così in sospeso, in attesa, in una passività che è un vero e proprio stallo; non evolvono, non si muovono e non progettano; “una situazione senza tempo” la definisce S. Cirillo.

Questo sentimento di risarcimento è dunque collegato alla percezione e al vissuto di un danno subìto, che sottintende, a sua volta, l’aver esperito una sorta di trauma laddove trauma è in questi casi non un evento circoscritto e specifico di particolare entità, gravità e intensità, quanto piuttosto una presenza e una funzione genitoriale che si è costituita in modo così profondamente disfunzionale, nella sua assenza o nella sua conflittualità, da, appunto risultare traumatica per il figlio che rimane poi, come lo vediamo oggi, in un’adolescenza bloccata.

Qui, dice S. Cirillo, “l’obiettivo terapeutico è una ri-conciliazione”, in cui da un lato venga riconosciuto al figlio il “danno” subito, la sofferenza che è scaturita da un’esperienza famigliare “traumatizzante”, perchè non è stata in grado di svolgere il suo ruolo o perchè lo ha svolto in una modalità del tutto inadeguata, connotata in senso estremamanete negativo, nocivo, danneggiante. Dall’altro lato, e al contempo, al figlio va restituita la necessità di una sua attivazione, il potere che ha oggi su di sé e sulla sua vita, un ruolo attivo e di responsabilità dunque rispetto alla propria progettualità, che è compito suo.

Che i genitori dunque riconoscano al figlio “la legittimità della sua sofferenza” e che il figlio riconosca “il suo dovere di muoversi e di non aspettare che il cambiamento venga soltanto dalla parte dei genitori”.

Dice F. Del Corno: dietro ad adolescenti che non riescono a crescere c’è un trauma di una difficoltà genitoriale”; “una famiglia talmente deludente da costituirsi come elemento di trauma”, a cui è necessario riconnettersi, ri conciliarsi.

Come si fa allora a curare i genitori?" Perché questo allora è “ciò che serve per evitare poi il costituirsi di quel trauma che è poi patologia e blocco nell'adolescente”.

Wonder woman di carta velina


Sembrano wonder woman, ma si sentono cartavelina.


Così, tante donne ci sembrano forti, solide, decise, determinate, dotate di grandi energie, capaci di sostenere carichi di lavoro elevati e ritmi molto intensi, di portare avanti carriere brillanti, in grado di investire energie e impegno per tutta la giornata lavorativa e nondimeno dedicarsi ai figli con altrettante forze, donne che sembrano non stancarsi mai. Donne che vogliono, e raggiungono, posizioni lavorative di alto grado e responsabilità, carriere vertiginose, donne che puntano all’obiettivo e lì arrivano, donne che diventano madri a tutti i costi vivendo sacrifici come se la natura fosse dalla loro parte, che non si arrendono a quei momenti difficili e provanti e che non cambiano il ritmo. Che danno se stesse, che si dedicano ai figli, alla coppia e alla famiglia con entusiasmo e positività come se tutto andasse per il verso giusto anche quando vanno controcorrente, sfidando le leggi della natura. E tengono uguale il senso di marcia e sempre uguale e spedito il ritmo di marcia. Energie profuse in modo continuo e costante su diversi fronti, lavoro e casa, come vi fosse una riserva per queste donne più grande e ricca e profonda che in altre.

Donne che affrontano ciò che la vita mette loro davanti trovandosi sempre, sembra, preparate, pronte, capaci, in grado di sostenere di tutto il peso emotivo oltre che fisico, reggere i cambiamenti, le difficoltà, gli ostacoli, gli impedimenti fuori di sé o dentro sé. Come se nulla riuscisse a rallentare e intervenire su quella marcia, quella marcia che non si può fermare.

Donne che sembrano non cedere mai, non mollare mai.

Donne che fanno, fanno tanto, fanno sempre: costruiscono idee e realizzano progetti, cambiamenti che si avvicendano, evoluzioni che cambiano gli assetti e assetti che si cambiano senza destabilizzazioni, sembra. Donne che muovono se stesse e la famiglia, nel mondo, per trovare condizioni migliori, ancora migliori, e vanno avanti, si riadattano come se ritrovare nuovi assetti propri e famigliari non portasse conseguenze e risonanze affettive a volte forti e importanti. O come se riuscissero a far fronte anche a quelle, senza contraccolpi.

Problematiche fisiche che le mettono davanti a dei limiti, di sé, del proprio corpo, e che invalidano, che non permettono. Ma a cui rispondono, sembra, sempre e ancora una volta pronte, capaci, forti. Donne che ce la fanno, sembra.

Senza subire quei contraccolpi, che invece, prima o dopo, inevitabilmente, si sentono, arrivano, si presentano. Alla loro porta.

Donne che sanno fare ciò che, si sa, deve essere fatto; che sanno fare anche per gli altri, ma che facendo per gli altri si trovano a non fare per sè, trascurando, silenziando i loro bisogni, i loro desideri, il proprio istinto. Che fanno comunque e che continuano a fare anche quando, in fondo, vorrebbero dire no, perchè non se la sentono, non sono pronte, ma devono tenere, devono continuare la marcia, o la corsa, meglio. Sempre alto il ritmo.

Seguono tempi che non sono fisiologici, non sono i loro, ma che dettano legge, dicono loro cosa va fatto, tempi da cavlacare, dunque. Al di là di loro.

Donne in movimento, donne che si muovono, si muovono tanto e sempre.

Si muovono e se non si muovono stanno male, hanno bisogno di mantenere quel funzionamento ad alto regime.

Alto il controllo, sugli altri, sul mondo, su di sé.


Perché lo spazio vuoto che si crea se si fermano, lo spazio mentale, vuoto, che rimane se si rallenta, se non si fa, è poi da gestire. È la resa dei conti, forse. È più pericoloso, più impegnativo, più difficile da sostenere del ritmo frenetico continuo, compulsivo. Perchè in quello spazio e in quel momento in cui si è fermi vengono a galla i pensieri, riaffiorano i vissuti, prendono vita, corpo e animo le emozioni.

Il continuo indaffararsi, correre, cercare, raggiungere è volto a nascondere, e ha solo compresso. Un fare per non vedere, per non sentire, per non sentirsi.

Ma sono poi quelle emozioni inascoltate, trascurate, soppresse, compresse, a prendere forma nel corpo, e a tramutarsi in dolori, in sensazioni fisiche, in tachicardie, in mal di pancia, in contratture muscolari, in mal di testa, e cosi via.


Donne che non si fermano, non si fermano fino a quando riescono a correre. Ma che quando si fermano iniziano a sentire.

Se si fermano devono riconoscere e riconoscersi anche per il dolore che portano, anche per la fatica, per le sofferenze, la rabbia, la voglia di mollare, le sensazioni di inadeguatezza, di impotenza, per le paure.

Quel riconoscimento di sé è la cosa che spaventa più di tutto, quel sentirsi nude di fronte a se stesse, perché le mette a rischio di un crollo, il crollo di wonder woman, il crollo di un’impalcatura, dell’armatura, della difesa, dell’immagine di chi ce la fa, di chi è in grado, di chi sostiene, di chi è forte, determinata e decisa. Va tutto bene.

La faccia della vulnerabilità, della fragilità e della paura è quella parte di sé più difficile da accettare.

La tenuta che non tiene più crolla su se stessa, esplode o implode.

Se esplode nella stanza di terapia può aprire ad una ricostruzione, in un ambiente protetto. Se implode senza essere riconsociuta e gestita è malattia, è emozione e vissuto fuori controllo, è depressione, è aggressività distruttiva, è sintomo somatico.

Bisogna essere pronti quindi a sentire queste emozioni, bisogna sentirsi al sicuro, e spesso non lo si è e per questo il movimento è quello di fare e non pensare, fare per non sentire. 


Sembrano wonder woman ma si sentono carta velina.


Quando si fermano e scoprono di sentirsi come cartavelina devono essere le prime a sapersi accettare, ad accettare le proprie aree di fatica, di vulnerabilità, le proprie parti più insicure; accettare il senso di inadeguatezza, la paura di non riuscire, di non farcela, di sentirsi sole, di non essere forti abbastanza, e davvero.

Quando si fermano i loro bisogni irrompono, le emozioni bussano e vogliono farsi sentire, e a gran voce a volte si fanno sentire. 

E queste donne, se si fermano, si trovano a dover dare spazio a tutte le parti di sé, a spinte interne che non hanno avuto ascolto e voce prima, che non hanno avuto ossigeno ma che c’erano, latenti; si trovano, queste donne, quando si fermano, a dover dar loro il diritto di esserci e di avere un posto, un posto nel loro mondo. Di qui la paura di fermarsi. E insieme l’asupicabilità di farlo.


E’ il corpo spesso a dare l’allarme, a richiamare attenzione.


Come riuscire a integrare due aspetti di sé? Perché ci sono entrambi in queste donne, l’efficienza e la vulnerabilità, ma una faccia copre l’altra. L’apparenza inganna l’essenza. Wonder woman di carta velina.


Occorre creare un momento, uno spazio in cui ci si astiene dal fare, e ci si ascolta, o, meglio, si lasciano parlare quelle emozioni, quei vissuti, si sente la fatica, il dolore, la sofferenza, la rabbia, l’impotenza. Uno spazio in cui si parla di quei vissuti depressivi nascosti dietro a quell’incontenibile e incontrollabile efficienza, di quei vissuti aggressivi celati dietro a un apparente equilibrio e una facciata di normalità. Di quei vissuti di inadeguatezza, nonostante cui si stringono i denti e si continuano a mantenere quegli alti ritmi e livelli di funzioamento, di quella voglia di mollare che non possono dire, nascosta in tutti quei progetti e cambiamenti di cui si caricano la vita.

Uno spazio e un tempo per guardarsi e sentirsi per riconoscere dei bisogni del presente o del passato, forze interne che spingono oggi o che c’erano prima e che non abbiamo saputo o potuto ascoltare.


Arriva il momento, per fortuna, in cui fermarsi si rende necessario ed è il momento della crisi.

E nella crisi si può chiedere aiuto, si può aprire una possibilità. Quella possibilità che non ci si è dati prima per ascoltarsi.

La crisi apre la strada alla possibilità di dare voce e luce finalmente a quelle emozioni e a quei bisogni che ora possono e devono essere riconosciuti, definiti e integrati.

Dobbiamo rispondere a noi stessi, dare spazio a tutte quelle parti di noi, accettarle, integrarle.

Lo spazio e il tempo della terapia intervengono qui, si connettono, nella crisi, a quello spazio e a quel tempo che la persona timidamente e timorosamente apre.

Nella stanza terapeutica si usa quello spazio, nel sicuro della relazione terapeutica, e si vive quel tempo e quella relazione per parlare dei bisogni e farli parlare, dare loro un posto, un valore, un significato.


GENITORIALITA': intervista a Live Social Radio Lombardia


Intervista integrale Youtube https://www.youtube.com/watch?v=ID3xuyWcuJY


Intervista Facebook https://www.facebook.com/livesocialradiolombardia/videos/1065295366984004/?t=



MAIN POINTS INTERVISTA

  • Non ci sono e non ci devono essere delle regole universali. Le risposte sono in casa non vanno cercate fuori: servono Ascolto e Relazione, non manuali di istruzioni per l’uso
  • Lo Psicologo personalizza l’intervento, favorisce una comprensione delle specifiche modalità e delle relazioni intra-famigliari
  • Errori comuni: paura di non sapere cosa fare, paura di non farcela: allora si tende a chiudere, a dare subito risposte che spesso sono punizioni, sono i “no”, per la fretta di fare qualcosa. Occorre piuttosto fermarsi, aprirsi e domandarsi cosa succede?, cosa mi sta dicendo? cosa sto facendo? Più difficile non fare rispetto a fare qualcosa.
  • Condizione di apertura verso l’altro e accettazione, accettazione della fatica che faccio io genitore e che fa mio figlio.
  • Ansia di intervenire, paura di non riuscire a farcela. Occorre fiducia in sé e nell’altro. Darsi tempo e Fiducia.
  • Preoccupazione anche perché la società spinge a performare e a stare bene, quindi se non sto bene io o non sta bene mio figlio allora c’è un problema e quindi psicologo-diagnosi-intervento, con una fretta eccessiva. Non sottovalutare ma agire con calma e fiducia, pazienza e accettazione dell’altro.
  • Lo psicologo aiuta a comprendere cosa non funziona nella relazione e come comprendere i reciproci bisogni.
  • I figli sono fatti in modo diverso! Il mondo dei bambini/adolescenti NON è il mondo dell’adulto. Le aspettative e le griglie di lettura devono essere adeguate al loro mondo non al nostro di adulti.
  • Paura di trovarsi inermi e incapaci di fronte a ciò che sfugge e non si capisce; occorre saper stare nella fatica di non capire, di non avere il controllo sul figlio che agisce come io non mi aspetto.

Cerchi e spazi e l'Associazione ClinicaMENTE uniscono le forze e gli intenti nel progetto avviato da ClinicaMENTE


"PSICOLOGO IN HOSPITAL KIDS": un sostegno psicologico per bambini, genitori e operatori, presso la pediatria della Clinica De Marchi di Milano. 




Il progetto “Psicologo in Hospital Kids” è stato proposto alla Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico, nel 2016  e, si pone l’obiettivo di rispondere alla domanda di “umanizzazione e personalizzazione” attraverso la diffusione della cultura psicologica all’interno della Clinica pediatrica De Marchi. Nasce dall’esperienza di una collega che ha vissuto la dolorosa malattia del figlio, e nel lungo periodo ha sentito la mancanza di una figura di sostegno psicologico in momenti difficili come la comunicazione della diagnosi.

ClinicaMENTE ha realizzato una ricerca sul bisogno psicologico dei genitori e operatori e sta creando uno spazio psicologico in Clinica De Marchi che risponde alle esigenze delle persone e del luogo.

www.clinicamente.org

A NATALE: LA MAGIA

A Natale si può regalare il senso della magia, dell’immaginazione, del desiderio, della curiosità e dell’esplorazione, spinte vitali che poco hanno in comune con ciò che accade oggi, a Natale. Il periodo pre-natalizio che culmina il 25 dicembre è, di questi tempi, lo sfondo su cui si asseconda e si favorisce, purtroppo, la tensione a chiedere, richiedere, desiderare oggetti, in quella che ormai è una “pratica inerziale“ - per usare un termine di Daniele Novara e che rende bene qualcosa che si fa perché così si fa, senza più intenzione e consapevolezza bensì come automatismo - ovvero quel processo per cui si chiede “dimmi cosa vuoi”, “scrivi l’elenco degli oggetti che desideri”, si continua con “compro i regali che hai chiesto e anche di più”, per finire nel “tu li scarti voracemente per accumulare tanti nuovi oggetti”. Questa concatenazione di scambi comunicativi e comportamentali va a soddisfare quel senso onnipotente del bambino che si innesta nel “ho avuto tutto ciò che volevo” che il genitore ha di fatto sollecitato e favorito - nonchè compensato - e che va a braccetto con “ti ho dato tutto ciò che volevi”, un pensiero che fa sentire il genitore buono, capace, adeguato.

Ecco, forse occorre ritornare a una dimensione mentale, immaginifica più che concreta, recuperare un alone di magia e segreto, di immaginazione di realtà altre, di storie e personaggi, di attese, di speranze e desideri che prendono forma, rinforzando nel bambino queste stesse dimensioni, che sono importanti, di cui ha bisogno, che fanno bene, che sono ricche di sogni e che rappresentano esperienze positive, utili ad una buona crescita………………………………………………………….

Il desiderio è vitale più della sua soddisfazione, e tanto più c’è magia e speranza e attesa dietro a quel desiderio più quel desiderio (uno solo o pochi veramente voluti, sentiti, pensati e richiesti) sarà fonte di gioia pura, di felicità, di scoperta e meraviglia.

SCOPERTA MERAVIGLIA sono importanti sensazioni che i nostri figli dovrebbero riuscire a esplorare, sentire e vivere, perché quelle sì che fanno stare bene e fanno bene. E per arrivare a scoprire e meravigliarsi, la strada da percorrere prima è quella della magia e di un desiderio quasi un po’ segreto, che non è un volere oggetti, ma è raccontarsi e raccontare delle storie anche a partire da quell’oggetto ma che non si esauriscono nella sua concretezza, è il senso che quell’oggetto ha per il bambino, l’uso che ne può fare, che lui stesso si immagina, la realtà che si costruisce e che si crea attorno a quell’oggetto.

Non è il semplice “voglio quella cosa”, facciamo che non sia cosi. Se no si spengono una serie di capacità, competenze e caratteristiche dei bambini che sono invece quelle parti più vitali e positive che li caratterizzano e che non devono perdersi nella strada che li porta all’essere adulti.

E’ l’evento che stiamo aspettando, è la preparazione di un setting speciale, che avviene prima nella mente del genitore, perchè è da lì che passa e arriva ai bambini. Parte dalla nostra capacità di crederci, dal nostro stesso desiderio di fargli vivere una magia, e di viverla anche un po’ noi stessi, e non cadere nella concretezza arida di vita che è l’apertura dei regali che ha chiesto.

Così negli scambi tra noi adulti, spinti dai mille impegni quotidiani, dal dover fare, copriamo il Natale con una complusiva spinta ad acquistare pur di dare e di aver dato senza che dietro si creino significati, senza che ci sia un senso e un valore di ciò che vado a cercare per l’altro, di ciò che ho capito dall’altro, di ciò che ho colto nell’altro come desiderio o bisogno.

Natale non deve essere la festa dei regali, la giornata dei regali, che peraltro ormai è tutti i giorni, perché si compra e si regala a noi e agli altri e ai bimbi tutti i giorni, non c’è più un distinguo tra quotidianità e compleanno/Natale a sostenere il valore di un dono richiesto e ricevuto.

Natale è un giorno e un tempo speciale e magico ma lo è solo se noi riusciamo a viverlo così, e a trasmettere emotivamente loro e immettere nelle relazioni con i nostri figli quella FAVOLA che poi leggiamo loro sui libri la sera, e che tiene lontana e bandita la percezione che il 25 dicembre sia la giornata mondiale dei regali.

Uno ogni 3 giorni. In Italia sono questi i numeri del femminicidio. 

Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. “Un’emergenza che si può fermare e prevenire, educando i bambini, con le parole e con i nostri comportamenti, partendo dalla famiglia”.


Iniziano da qui, dall’educazione, Mario Venerandi, psicoterapeuta sistemico relazionale al Centro Medico Santagostino e Anna Vailati, psicologa e psicoterapeuta presso Il Centro Medico Monterosa e fondatrice di Cerchi e Spazi. Due esperti, uomo e donna, cui abbiamo chiesto qual è il momento giusto per affrontare il tema femminicidio con i nostri figli.


VIOLENZA SULLE DONNE: COME SI PUO’ EDUCARE FIN DA PICCOLI

Mario Venerandi: “Per prevenire, dimostra cosa vuol dire cooperazione, a partire da casa, tra mamma e papà”

  • Si alla fragilità È fondamentale educare i bambini da subito all’accettazione della fragilità, insegnare loro a mettersi nei panni dell’altro e a capire cosa sta succedendo all’altro…
  • Contano i gesti. Più del 90% della comunicazione che facciamo è non verbale. Non basta raccontare la non violenza ma è fondamentale anche fare. In casa, nell’educazione, stiamo dimenticando la cooperazione e per cooperare devi dare valore all’altro. Questi processi sono quelli che evitano la violenza. Quando i genitori si sentono corresponsabili e fanno capire ai figli che l’importanza di mamma e papà è uguale, tutto ha una valenza diversa…

Anna Vailati: “Prevenire significa educare alle emozioni, alla differenza, all’accettazione dei limiti, non significa fare lezioni”

  • Educali alla cultura delle emozioni. La cultura del “bisogna essere sempre sorridenti, buoni e felici…” non aiuta. Se io punisco reprimo e ignoro la rabbia, la tristezza e l’aggressività, che sono emozioni sane e fisiologiche, faccio esplodere i coperchi. Se fin da bambini si impara invece a vedere riconosciute e legittimate le proprie emozioni (quelle negative soprattutto), si imparano a verbalizzare e quindi a gestire, evitando gesti impulsivi
  • Insegna l’empatia. Per instaurare relazioni non ego-centrate e possessive bisogna aver imparato a gestire e vivere le proprie emozioni. Poi si è capaci di essere empatici
  • Sì all’accettazione dei limiti. E' importante riconoscere e accettare alcuni limiti e confini, non tutto mi è possibile e dovuto. Ci sono io e c'è l'altro. Il bambino cresce in un contesto (scuola, amici, famiglia) con altre persone, quindi con dei limiti. I genitori che si rendono conto dell’esistenza di una comunità (in classe c’è una maestra per 25 bambini, non posso pretendere tutte le attenzioni per mio figlio), lo insegna ai figli
  • Le differenze hanno un grande valore. No alle schematizzazioni, all’incasellare. Oggi si tende a negare sempre più le differenze, stiamo standardizzando tutto e invece i bambini devono imparare a cogliere le differenze, come ricchezze.
  • Si può dire “io non ce la faccio”. In una società performante, da bambino appena fai fatica sei ghettizzato. Fin da piccoli pensano di non poter dire “non riesco” e questo impedisce di chiedere aiuto, un supporto psicologico quando occorre, per vergogna. Invece il saper domandare supporto va accettato e incentivato

FEMMINICIDIO: COME PARLARNE A BAMBINI E RAGAZZI

Mario Venerandi: “Violenza vuol dire togliere libertà, parti da qui”

  • No alla causa-effetto. È molto importante fare e dare ai ragazzi una lettura relazionale di quanto succede. La violenza è qualcosa costruito nel tempo, che arriva al culmine ma non finisce con l’atto, i suoi effetti continuano. I bambini capiscono molto bene quanto è importante la relazione. Capiscono che se esercitano violenza anche loro la possono subire.
  • Visione ampia. Parlare di femminicidio significa parlare di violenza in generale. Se si affronta il tema con i bambini parti da cosa vuol dire togliere la libertà, superare i limiti…Tratta la violenza come una questione unica, aldilà di chi sia la vittima.

Anna Vailati: “Niente prediche, ascolta tuo figlio e scegli il canale di comunicazione giusto”

  • Sintonizzati su tuo figlio. È una tua necessità o è davvero un argomento che tuo figlio sente di voler affrontare? C’è chi non ha neanche percepito o non ha interesse né preoccupazione per questo fenomeno, quindi basta restare su un livello di superficie C’è chi invece è preoccupato e spaventato e quindi ha bisogno di più spiegazioni e confronto.
  • Scegli il piano di comunicazione giusto. Ci sono due canali per parlarne: quello razionale (ti do informazioni, ti racconto, mi racconti, ti spiego), quello emozionale (capisco la tua preoccupazione e ti rassicuro). Ascolta tuo figlio e capisci su quale canale serve focalizzarsi maggiormente.
  • Nessuna lezione in cattedra. Lascia aperto un canale a due vie. “Parliamone, io e te. Non io ti spiego e tu mi ascolti”. Siete in due al tavolo

QUELLE DIFESE CHE FUNZIONANO, quando ne abbiamo bisogno. Per lasciarci quando ce la facciamo da soli


Quella distanza emotiva che scatta subito, automaticamente, quando avverti il pericolo, di crollare, quando il tuo corpo, il tuo cuore e la tua mente sentono che è troppo, troppo forte quella sensazione, quell’emozione, che è spavento, che è paura, che è angoscia, e panico. 

Allora quella distanza emotiva arriva a soccorrerti, a salvarti, a proteggerti da un crollo che senti imminente, quando ti senti invaso da un carico troppo forte di emozione, eccola, quella distanza, ecco quella ferrea razionalità che viene in aiuto, quel congelamento emotivo che serve a non sentire, a pensare sì, a parlare anche, e a ragionare, ma non a sentire, perché non reggeresti, quel sentire, così.

Ecco a cosa serve, e perché funziona, quel distacco emotivo che gli altri vedono e che tu metti in atto, senza saperlo, perché ti viene così, da dentro.

E le emozioni possono riaffiorare di nuovo quando sono ad un livello più possibile di tollerabilità, non prima. Le difese funzionano quando irrompono laddove da solo non ce la fai a gestire l’emotività, e si ritirano lasciando riaffiorare quelle sensazioni quando sei in grado di sostenerle, di sentirle appunto, di viverle senza che siano angosciose e angoscianti, senza che siano così forti da non poter essere vissute senza un crollo emotivo, psichico.

Ecco cosa accade sotto la superficie, ecco cosa accade dietro quella freddezza visibile, o quel sorriso gelido e quel fare impostato in momenti di dramma, ecco cosa c’è sotto, cosa lavora sul fondo, nel cuore. Se si scopre la maschera, se si va a fondo, c’è un turbamento talmente forte e grave che non ha contenimento, se viene a galla. L’unico modo per controllarlo, per controllarsi, per stare in piedi è non sentire. Dirsi che non si sta sentendo, non si sta toccando quell’emozione, e non toccarla. Bloccarla lì, congelarla, toglierle il colore e il sapore, e la forza e l’energia, toglierle vita. Così solo è pensabile e sostenibile. Non darle voce e spazio, così non c’è, e io sto bene e vivo, e sopravvivo. 

E’ solo la mia potente vulnerabilità che c’è, sotto quel distacco che tu vedi, sotto quella forma così austera, distante, gelida, inattaccabile e intoccabile, che è tutto, in verità, fuorchè invulnerabilità.


IL LAVORO PSICOTERAPEUTICO intraprende quella strada, si spinge in profondità ma con cautela, asseconda le difese della persona finchè sono sopravvivenziali, finchè rappresentano uno strumento di equilibrio e stabilità indispensabile per il soggetto; lavora per trovarle, comprenderle, riconoscerle, e identificarle, definirle, accettarle, affiancarle ad altre modalità che permettono di sentire di più congelando meno, ma che si inseriscono solo quando la persona può lasciare le sue forti difese senza crollare, può abbandonarle senza angoscia; quando le emozioni sono allora sostenibili, grazie al lavoro terapeutico per cui insieme si parla e si dà voce a quelle emozioni così potenti, intense e pericolose, affinchè siano meno spaventanti e angoscianti, in un luogo in cui sono contenute, in cui non possono fare male, la stanza terapeutica, in cui in due si possono vedere e sentire. Questo è possibile solo quando si saranno trovate, nel corso della terapia, risorse nuove con cui farvi fronte, nuova consapevolezza, una solidità maggiore, si è più forti e più pronti e più capaci emotivamente per reggere ciò che prima era pericoloso e quindi inaccessibile, al cuore e alla mente.

RESILIENZA richiede FLESSIBILITA’


Quella RESILIENZA tanto cercata, cui si tende come risorsa strumento di sopravvivenza, anzi di buona vita o nuova vita spesso dopo esperienze emotivamente impattanti - quando non traumatiche - richiede alla base una fondamentale, indispensabile, capacità adattiva: la FLESSIBILITA'

Questa a sua volta richiede, tra le altre, alcune competenze specifiche, prima tra tutte saper ascoltare, osservare, comprendere il contesto; solo da qui è possibile poi riuscire ad assestarsi adeguatamente su di esso. Cogliere le caratteristiche di dove siamo, del nostro interlocutore, sentire la qualità affettiva della relazione, i colori, l’intensità del clima che si crea, comprendere i reciproci ruoli, individuare i confini, guardarsi attorno dunque e saper leggere con precisione e correttamente l’area in cui ci si trova sono presupposti di base per muoversi in piena consapevolezza e centratura. 

L’individuo dopo aver colto e trovato le caratteristiche del contesto deve allo stesso modo trovare tra le proprie caratteristiche quelle che meglio fittano con esse, ovvero quelle risorse, competenze, capacità, abilità, qualità che piu funzionano lì dove siamo, e che hanno maggior probabilità di successo in quella precisa occasione e per quell’interlocutore cui ci stiamo rapportando. 

Ciò significa avere e mantenere costante un assetto mentale, e comportamentale, di grande flessibilità in cui è possibile adattarsi man mano in modo massimamente funzionale e positivo alla realtà del momento. Perché ogni occasione richiede la messa in gioco di nostre differenti caratteristiche e competenze. Così facendo, in un costante riadattamento e movimento di assestamento, ci troviamo a modellare il nostro stile assumendo forme specifiche utili ad entrare in modo centrato nelle diverse situazioni, permettendo di essere armonici e fluidi rispetto al contesto, pur mantenendo invariato e solido il nostro nucleo identitario, la nostra originaria natura. Ciò serve per non restare schiacciati da quanto ci accade, per non ritrovarci incapaci o inermi, per non paralizzarci di fronte a eventi inaspettati, improvvisi e sfavorevoli. Un assetto di flessibilità consente piuttosto di reagire ad essi e riattivarci, rialzarci con in mano diversi strumenti e rinnovata energia, recuperare nel nostro bagaglio di risorse, nella famosa cassetta degli attrezzi di cui siamo dotati, competenze e qualità personali con cui fronteggiare il mondo. Conoscere dunque quali attrezzi abbiamo e saper usare via via quelli giusti, quelli che aprono porte e sbloccano ingranaggi, rappresenta un importante OBIETTIVO DEL LAVORO TERAPEUTICO.

Ecco dove può nascere e crescere la resiilenza allora, ecco uno dei mattoni su cui poggia e importanti per svilupparla, quella capacità di recuperare dentro di sé ciò che occorre in quel momento fuori di sè, di usare delle nostre abilità quelle che il contesto ci richiede, non altre, ma proprio quelle che meglio rispondono a ciò che, volenti o nolenti, quella situazione pretende da noi.

UN TEAM ATTORNO AL PAZIENTE

Versus

"Io sono il dottore e tu non sei un cazzo"


La gestione del paziente e dei suoi famigliari; andare oltre all’intervento strettamente medico.

Un team attorno al paziente, questo dovrebbe essere l’obiettivo o, meglio, la precondizione perché il paziente, ammalato e bisognoso di cure, riceva appunto ciò di cui necessita: assistenza, supporto e adeguate terapie. Invece spesso, molto - troppo spesso, ci si trova di fronte a due fazioni diverse: i medici schierati da un lato che propongono interventi esclusivamente tecnici, lavorano sul fronte clinico e terapeutico, e i famigliari che seguono, a volte arrancano, portando un care giving affettivo, emotivo, calore umano e accoglienza. Occorrono le competenze mediche, l’intervento tecnico, occorrono le cure, il calore della famiglia.


Bene, questa divisione netta di ruoli e competenze non basta; così, non funziona. Non è sufficiente. Perché? Perché nei fatti c’è e ci deve essere una commistione di apporti, in cui l’uno entra in parte nella sfera dell’altro, in cui confini hanno diversi punti di intreccio e di contatto.

La famiglia si trova a vedere e a far fronte alle condizioni cliniche del paziente in prima battuta, prima ancora del medico a cui, appunto, giunge in un secondo momento; in qualche modo il parente, volente o nolente, si trova ad essere la prima figura incaricata a dover valutare e gestire lo stato fisico, ancor prima che emotivo dunque, dell’ammalato. Perché di fatto è il parente stretto che deve sapersi attivare rispetto a ciò che accade alla malattia e alla sua evoluzione quotidiana e che si trova con in spalle il carico concreto e operativo: “Che faccio ora?”, “Chiamo il medico?”, “Gestisco da casa e in autonomia?” “Chiamo il reparto? L’ambulatorio? L’ambulanza?” “Chi diavolo chiamo ora?”, “Dove lo porto?”, “Devo far presente che il suo stato è cambiato. È peggiorato. Che ora ha dei nuovi bisogni, delle nuove esigenze.” . “Ho mille domande e mille dubbi. La cura sta funzionando? È un effetto collaterale? Forse devo solo aspettare del tempo? O qualcosa sta andando storto?”.

Questo è il carico mentale, emotivo e concreto di un parente, vicino in prima battuta al paziente. Quindi non si può fare a meno di considerare e considerarlo come fonte ricca e imprescindibile di informazioni rispetto al paziente e a ciò che gli accade e altrettanto imprescindibile è allora la necessità di ascoltarlo e di dare risposte e indicazioni su come agire e come comportarsi. Ha dei diritti. Dunque forse il medico deve sapersi far carico del paziente e del suo care giver. Perché poi spesso il paziente non è così in grado di auto-gestirsi, e non solo nei casi in cui non è autosufficiente, e dunque si affida al famigliare, al quale rivolge domande, appelli, e al quale si aggrappa per avere risposte alle sue necessità. Il care giver diviene allora portatore e portavoce del paziente. Ma anche del medico rispetto al malato. E’ in mezzo, indispensabile a entrambi. Dunque figura non certo trascurabile nella relazione tra curante e curato.

Ci spiace per i medici che non possono che raddoppiare, moltiplicare, gli interlocutori. Ma tant'è.

C’è il paziente e il parente più dimesso, timido, impaurito, che accetta passivamente e si affida totalmente al verbo del dottore, il famigliare che teme e si trattiene ad esplicitare dubbi, per non disturbare, non chiede nuove cure anche quando avverte che qualcosa non va, non richiede più attenzioni del dovuto anche quando le sofferenze aumentano. È lì è tutto affidato al medico che si spera abbia sensibilità sufficienti, cliniche e umane, per cogliere i segnali e le necessità che cambiano, che evolvono nel bene o nel male.
Ci sono pazienti e/o parenti più demanding, più attivi, più disturbanti e invadenti se vogliamo, che entrano maggiormente nel processo di cura e si prendono un ruolo maggiore e più spazio: esplicitano dubbi, perplessità, portano avanti esigenze e insistono affinché le problematiche abbiano risposte.
I medici devono sapersi mettere in relazione dunque con entrambe le tipologie sopra descritte e qui sommariamente estremizzate. Bene, questo è necessario anche quando il focus primario del medico rimane, correttamente, sulla malattia e sulla cura.

Perché parte della cura è proprio tutto questo, è proprio in mano al paziente e al suo care giver. Sono, loro, i protagonisti, hanno loro alcuni pezzi del puzzle.

Necessario è allora uno stato di alleanza, solida, tra caregiver e medico. Alleanza di lavoro. In cui entrambi si è lì per un obiettivo e un fine comune. Il benessere del paziente e la sua miglior vita. Entrambi hanno un ruolo necessario. Diverse competenze ma contributi da apportare, in diversa misura ma entrambi ingredienti da non trascurare.

Allora sta al medico il compito di favorire nel care giver un atteggiamento di fiducia in lui e nelle cure proposte ma anche la libertà di esprimere in uno stato di piena serenità quei dubbi, quelle perplessità e quelle preoccupazioni inevitabilmente presenti rispetto ad essa. Tanto più, va da sé, nei casi in cui la cura sia parte di un protocollo sperimentale.
E non si tratta di far diventare i medici degli psicologi si tratta di riconoscere il lato psicologico della relazione di cura. Questo è dato. Dovuto.

Nel momento in cui non c’è fiducia riposta nel medico e nella cura, non c’è compliance, non ci sono risorse emotive da mettere in campo, nè motivazione sufficiente a supporto del proseguio della terapia (nuova e sperimentale magari, dunque dagli esiti ignoti). Alias, la cura funziona meno. C’è abbandono della motivazione, delle risorse, dell’investimento nella cura, abbandono della speranza.

Dunque non basta che un paziente faccia un atto di fede. Ha bisogno di altre ragioni per crederci.
Questo processo, di costruzione di fiducia e di alleanza, parte tanto dal paziente quanto da chi gli sta attorno, perché se il paziente sente che attorno a lui c’è diffidenza, poca convinzione e poca serenità, la trasmissione di questo sentimento arriva presto nel cuore e nella mente dell’ammalato. Che molla e non crede più.
Il medico deve allora dedicare parte del suo tempo a lavorare sulla relazione e sulle sue capacità di comunicazione con chi sta dall’altra parte della barricata. Anzi, che dovrebbe essere considerato parte della propria squadra. Il tempo speso per ascoltare, accogliere, rassicurare e spiegare scelte cliniche non è perso; accogliere necessità, raccogliere dubbi e spiegare il lavoro clinico pensato e impostato per il paziente non fa altro che potenziare l’effetto benefico dell approccio terapeutico, in parte anche migliorando la prognosi che in qualche percentuale risente proprio di questi aspetti psicologici che sono in atto e che invadono tutta la condizione di cura in essere.
Quando invece i medici non danno spazio anzi disincentivano, svalutano o, peggio, rimandano al mittente le esigenze espresse e le richieste di spiegazione e di chiarimenti per dipanare legittimi dubbi rispetto al mare di ignoto in cui ci si trova come non-medici, ovvero non-esperti, ovvero ignoranti in materia, ecco cosa accade: una rottura della relazione paziente-medico e/o famigliari/medico. Cosa estremamente distruttiva per entrambi e certamente prognostica per un fallimento o quantomeno un negativo andamento del processo di cura.
E sì, i medici non possono esimersi dal mettere in campo anche un atteggiamento “umano”, quel che si dice dimostrare (sentire) empatia, rivelarsi capaci di un ascolto attivo e di una comprensione com-partecipata di ciò che arriva dal paziente o dal parente. Tradotto: un sorriso, una parola di conforto, una spiegazione in più.
Partiamo prima, dal principio: salutare, presentarsi. Accade spesso che persino questo banale, dovuto e minimo atto verso l’altro venga a mancare. Il dottore entra in stanza dal paziente ricoverato o lo riceve in studio, senza accennare un saluto, senza una presentazione. Così si parte in modo anonimo e distaccato a parlare di “cosa fare”. Ma prima del “cosa fare” c’è il “chi siamo” e il “come sta”. Altrimenti c’è solo procedura, noncuranza verso la persona da un lato, percezione di essere un oggetto di lavoro dall’altro, e non invece una persona a cui dedicare una cura e con cui impostare una proficua terapia. Non su cui impostare una terapia, CON cui. È diverso.
Tanto più per chi, nella disperazione di non avere altre chance più realistiche e probabili, si affida a protocolli sperimentali. Lì, onde evitare la più viscerale e lecita diffidenza verso il medico, occorre uno sforzo ulteriore, da parte di quest’ultimo, per comunicare fiducia ed empatia, per far abbandonare al paziente la sensazione di essere una cavia, di essere un numero di una casistica da cui dipende la faccia della carriera professionale. Per far passare il proprio senso etico, oscurando la sensazione, latente ma viva, che l'interesse narcisistico prevalga sull’interesse verso la propria salute. Perché nei protocolli sperimentali c’è in gioco una chance di vita, ma anche una chance di carriera. Una scoperta che rende celebri. L’interesse è reciproco. Ma uno dei due purtroppo non ha niente da perdere. Non per questo però la relazione può essere asimmetrica più di quanto già fisiologicamente non sia. Non per questo è lecito instaurare un rapporto top-down, di potere l’uno sull’altro. No, tutto ciò lasciamolo fuori dallo spazio che si deve creare tra paziente e curante.


"Perchè quella fiducia in cui “io ti lascio la responsabilità sulla mia vita e ti affido il mio destino” tu, medico, te la devi conquistare; non è data. E non solo per le tue giuste scelte mediche e terapeutiche. Ma per quel messaggio, che io sento, in cui è autentico e sincero l’interesse a lavorare per me. Io, paziente, me ne accorgo.

E quando non è così, quando arriva in pancia un'altra sensazione, il passaggio a un altro medico, a un’altra relazione, è veloce.

Perché percepire che “io sono il dottore e tu non sei un cazzo” non aiuta nessuno, crea piuttosto una rottura, la fiducia è lesa, il processo di cura invaso da vissuti di rabbia, impotenza e mortificazione per il paziente, la buona fama del medico è persa.

Allora a quel protocollo sperimentale non gioco più, con la tua non-etica, io rinuncio, non ne vale più la pena. E anche tu hai perso. Hai perso un numero, un caso, quel caso che ti serviva."


Anna Germana Vailati

AREA WORK


Benessere al LAVORO.


Nella nostra attività e nel nostro ruolo portiamo le nostre risorse l’impegno e l’investimento ma anche la fatica, il senso di inadeguatezza e l’ansia di non riuscire a essere efficaci e anche riconosciuti. Nel lavoro mettiamo le nostre competenze ma anche il nostro mondo di aspettative e le nostre caratteristiche personali, frutto e risultato di esperienze pregresse, personali e professionali.
Ecco perché spesso occorre un momento di riflessione e pausa, dedicato a comprendere cosa ci succede, cosa mettiamo in atto di noi stessi e perché inneschiamo alcune dinamiche. Quali sono quelle caratteristiche positive e modalità funzionali che mettiamo in atto e che permettono efficacia e benessere sul lavoro, e quali invece le fatiche, le modalità disfunzionali, i timori e le ansie che ci rendono infelici e poco efficaci nella nostra attività.
Alcune delle più frequenti:

  • scarsa autostima e fiducia di base, che si rende evidente in comportamenti passivi, incapacità di prendere decisioni, fatica a sostenere il ruolo, modalità comportamentali inadeguate nel team di lavoro, con i colleghi e con il responsabile. Il lavoro di sviluppo è volto a recuperare le aree di risorsa, rinforzare le modalità ad oggi efficaci e funzionali, smantellare eventuali errori cognitivi che sostengono una bassa visione di se e del proprio operato individuando modalità e pensieri alternativi più funzionali.
  • aggressività, che emerge in comportamenti scontrosi, ostili, oppositivi, in modo attivo o passivo, poco funzionali a mettersi in relazione con colleghi e/o responsabile. Decisioni avventate, non precedute da un’adeguata analisi e riflessione, tendenza a chiudere più che ad aprire, atteggiamento autoritari e dunque leadership a stampo gerarchico anziché autorevole e inclusiva. Qui il lavoro è volto a sottolineare l’importanza di usare l’aggressività come forza positiva per affermarsi ed essere assertivi, capaci di sostenere le proprie idee, reagire ed attivarsi pro-attivamente. Avere una presenza di team inclusiva, incisiva e decisiva.
L'area WORK è dedicata a questi temi, attraverso l'utilizzo di COLLOQUI individuali di valutazione e sviluppo.

A proposito di...


  • ACCETTAZIONE del LIMITE, dei limiti dati da una malattia e da condizioni che si impongo nella vita, fonte di sofferenze difficilmente accettabili, appunto.

  • RESILIENZA, che arriva dopo.

Lettera LA STRADA PREPARATORIA


“...Perché è difficile accettare alcune cose, quelle cose che nascono e si presentano loro stesse come inaccettabili, che vanno oltre i limiti oltre le possibilità di affrontarle, perché uno ci prova e sostiene e affronta e vive ma poi ha bisogno di mollare almeno un attimo e di dirsi che quel limite non ce la fa più a viverlo non è più accettabile, quella sofferenza, quel limite sono troppo grandi e vincono. Vincono loro.

Schiacciano invadono, affossano.

Quelle sofferenze, quei limiti che la vita impone, con crudeltà e prepotenza, che mettono con le spalle al muro, che inchiodano, quei limiti di malattie più grandi di te, quei limiti che evocano dimensioni esistenziali, dell’esistenza, cioè della morte. Lì è dura, lì o neghi e sopravvivi, ti volti dall’altra parte, ti distogli, ti distacchi, ti nascondi, o è dura. Nasce e spinge il bisogno di dimenticare, tutto, almeno per qualche attimo. Ritornare alla vita, per qualche attimo. Negare per sopravvivere ancora un attimo. Prima di essere ancora risucchiati. Sabbie mobili che avvolgono e immobilizzano e soffocano e si annega, si affoga, di nuovo. Si è svegli e si vede cosa accade ma non si può fare nulla.

A volte, per un po’, ce la fai e tieni, e reggi, ma solo perché non puoi scappare, non puoi tirarti indietro. Ma appena puoi l’istinto, quello di vita, della tua vita, si fa sentire ma perde, non ce la fa, non si anima. Vince lui, quel peso lì, quello che ti trascina giù negli abissi neri, nell’impossibilità di un respiro libero e ti costringe lì, a soffocare. C’è un barlume di istinto di vita rimasto, in chi accompagna e assiste l’altro, che è l’amato ma il responsabile, in fondo, di tanta sofferenza maledetta. E senti allora anche la fatica e la disperazione dell’altro che sa, di essere il responsabile per tutti. Perchè ha portato il dolore nella vita. C’è un carico di sofferenza diretta ma anche indiretta, l’altro sa che non ti lascia più libero di vivere. Forse lo sa. O speriamo di no.

Perché tanto nessuno esce da questa gabbia di inferno, di assoluta impotenza, di devastante limite che ti inchioda, non ne puoi uscire, non c’è e non ci sarà un margine che si apre, non c’è, quella è la condizione.

Hai voglia a dire accettazione del limite, della malattia. Hai voglia a dire resilienza. Finchè sei nella gabbia no, e come è, forse dopo, dopo che è successo, dopo che LI’ si è arrivati, forse lì tutto sommato, forse lì si può rinascere, senza un pezzo ma forse si respira di più, comunque. Mancano pezzi. Ma è finita.

Perché nel tunnel non c’è fine quando ci sei dentro e se non vedi la fine e sai che c’è e sei lì è anche peggio perché è una fine che ti separerà, dall’altro, che è perdere, perdere un pezzo. Da lì passare quindi, l’obiettivo è questa fine, quando sei nel tunnel e non sai allora se è peggio arrivarci, lì, in fondo, o non arrivare ancora.

Ma forse è talmente grande lo strazio di starci dentro che sembrerà meno straziante, la fine. Forse a questo serve, questa strada, questo pezzo di vita, è una strada preparatoria, di sofferenza preparatoria per affrontare la fine partendo dal basso, dagli inferi, e sembrerà meno spaventosa, e sarà meno spaventevole ciò che succederà dopo. “


In questa condizione di grande e profonda sofferenza, di fatica quasi alla sopravvivenza, in questi sentimenti di impotenza, frustrazione, rabbia e mancanza di un senso vitale del  si inserisce il sostegno terapeutico, che lavora accogliendocontenendo questi vissuti e accompagnando la persona a ritrovare quelle risorse che sembrano perse ma che perse non sono. Il lavoro terapeutico ha l'obiettivo di recuperare aspetti di resilienza utili a ricostruirsi, riemergere e riprendere la propria vitalità, ristrutturando se stessi in un nuovo equilibrio, in un diverso ma funzionale assetto emotivo.

SPERIMENTARE è IMPARARE, IMPARARE è SPERIMENTARE

Alcuni spunti per meglio relazionarsi con i bambini.

(Vedi anche i progetti Genitori Coach e Fratelli, come gestisco interazioni, conflitti e gelosie)


  • Basta DIRE capricci.
Sta comunicando ed esprimendo qualcosa, non svalutarlo, prova a capire che cosa.
Capricci è un termine sminuente, svalutante, ha un’accezione negativa rispetto invece a qualcosa che il bambino sta cercando di comunicare, qualcosa che pensa o che sente e che cerca di affermare. Dire e trattare le sue manifestazioni comportamentali ed emotive come “capricci” autorizza a ignorarle e svalutarle, quando, viceversa, è fondamentale mettersi in un assetto di comprensione e comunicazione con il bambino.

  • MISURA non censura.
Sperimentare attraverso qualche indicazione dell’adulto gli permette di conoscere il mondo. Se non prova non impara.
Ciò che occorre è insegnare a utilizzare e fare con misura, censurare non aiuta questo processo, anzi, lo impedisce. Il tabù, l'impossibilità di fare. il divieto, la censura innescano ansie, paure o al contrario sentimenti di sfida. Agire con libertà, provare, vedere, toccare, permette invece, sperimentando o attraverso qualche indicazione dell’adulto, di conoscere e trovare la giusta misura.
Sperimentare non negare

Apprendono perché provano a fare, sbagliano a fare; non perché fanno un atto di fede rispetto a quanto gli viene detto.

Non si apprende qualcosa perché qualcun altro ci dice come funziona, si apprende perché si prova a farlo, male, sbagliando, non riuscendo…fino a riuscire e quindi capire, ed imparare.

Le differenze vanno esaltate e apprezzate per la ricchezza che portano; non vanno invece negate né appiattite.

Così, negare l’esistenza di cose diverse (es. Il grembiule a scuola, perché? Perchè negare le evidenti differenze di abbigliamento tra i bambini? È una forma di censura pensata dall’adulto per dei preconcetti e sovrastrutture che solo l'adulto ha, il bambino fortunatamente ancora no. Ad un bambino poco cambia come è vestito l’altro. Anzi, impara a vedere la differenza, a sperimentarla, viverla, accettarla. Se la si nega gli si impedisce di vederla e quindi poi gestirla, fino a quando sarà il tempo in cui comunque se ne accorgerà. Si va a procrastinare qualcosa che esiste già, un mondo diverso dal proprio. 


  • MAI DIRE “smettila di piangere”. 
Il bambino va incentivato ad esprimere qualsiasi emozioni avverta. Accoglierlo, contenerlo, rassicurarlo senza negargli il diritto e la legittimità di sentirsi ed esprimere la sua sensazione e il suo vissuto.
E' importante non negare ad un bambino di esprimere ciò che sente. Strilla e dà fastidio, ci mette a disagio davanti agli altri forse ma ha il diritto e il dovere di esprimere come si sente. Lasciarlo esternare e dire ciò che avverte, coccolarlo, cambiare l’oggetto di attenzione, spiegare etc. queste, le strategie più funzionali, adattive e meno “castranti”. Educarlo all'emozione.


  • Cosa fare? LASCIALO fare! 
Meno controllo, più libertà, seppur vigilata. Fiducia nelle loro capacità di agire nel mondo e interagire con gli altri. A ogni età i propri scambi e le proprie regole relazionali e comunicative. Non interferire! Si sanno autogestire.
Lasciare agire i bambini,  parlarsi tra loro, giocare insieme, senza che vi sia un costante intervento dell’adulto. Perché l’adulto ha il suo mondo, di prospettive, di concetti (pre-concetti), di regole, di idee. Che spesso e volentieri poco valgono nel mondo dei bambini, che ha regole diverse, modi di stare insieme e al mondo diversi. Lasciare che provino, che si relazionino nel loro linguaggio e con le loro modalità. Senza le nostre paure, senza anticipare concetti (sociali) che arrivano dopo. es. Mai obbligare a condividere, magari proprio quando un bambino è nella giusta fase di non condividere, di godere del senso della proprietà, della scoperta delle proprie cose, che è la fase "pre" del concetto dell’altro e dunque della condivisione. Si va, in questi casi, contro a un comportamento fisiologico e dunque salutare per il bambino stesso. Che ci piaccia o no, che sia desiderabile socialmente o meno. che ci faccia fare una "figuraccia" o meno!

IL MONDO DEI BAMBINI NON E’ IL MONDO DEGLI ADULTI

Alcune condotte educative sono poco corrette e spesso disfunzionali ma vengono applicate comunque da genitori in buona fede che tuttavia non conoscono le tappe evolutive dei bambini e dunque spesso non comprendono il forte valore e l'importante significato delle diverse fasi che questi attraversano. Difficilmente dunque la risposta del genitore è pienamente adeguata, allineata e sintonizzata sui bisogni espressi.

    DOMANDARSI Perché fa così? E rispondersi con l’idea e la convinzione che il motivo sotteso è certamente importante e prezioso per il suo sviluppo. Cosa sta scoprendo di sé e del mondo? Di cosa ha bisogno? Cosa mi vuole dire? Cosa vuole imparare?

    Fare/farsi domande, prima di dare/darsi risposte


  • CONOSCERE IL MONDO DEI BAMBINI PERMETTE DI ALLINEARSI PIU' ADEGUATAMENTE A LORO, invece che proporre, imporre e proiettare, inconsapevolmente, forse, ma comunque prepotentemente sui bambini un mondo di adulti quando adulti non sono, rimanendo presenti e invadenti in un modo del tutto disallineato alle loro effettive necessità e caratteristiche.

LA SCUOLA E' PER ME 

Work in progress...


LA Scuola NON è quella delle tre I (inglese, informatica, impresa). 

La Scuola è per me...quella che favorisce un processo di crescita e definizione di identità, in cui la dimensione cognitiva, emotiva e affettiva, procedono insieme formandosi pienamente senza che la parte di pensiero e di performance prevalga sull'educazione alle emozioni e ai sentimenti, all'empatia, alla capacità di vivere e sperimentare se stessi con consapevolezza di ciò che accade in sè e negli altri.

Daniele Novara.

Progetto rivolto ai Bambini (e versione per Adolescenti):


ASSI NELLA MANICA, Fotografie di talenti


Valorizzare le risorse e le differenze, verso una integrazione di capacità, caratteristiche, competenze e contributi


Main points:

  • Conoscersi ed essere riconosciuti: valorizzare i propri talenti, le caratteristiche positive e le risorse
  • Colloqui individuali e lavoro di gruppo sul riconoscimento di chi siamo, del valore che possiamo portare agli altri e al gruppo nel suo insieme.
  • Fotografie dei talenti: abilità nello sport, particolari capacità sociali o relazionali, passioni, caratteristiche personali accentuate e particolarmente funzionali (es. capacità di ascolto, memoria, capacità oratorie, saper far ridere!, particolare reattività e problem solving etc. Le peculiarità.
  • La storia: "La cosa più importante" di Antonella Abbbatiello.
  • Dalle risorse: solo dopo si lavora su quelle che ad oggi risorse non sono
  • Conoscere gli altri, scoprire il network, comprenderne il valore e la ricchezza e saperlo usare.
  • I singoli e l’insieme. Quando ciascun contributo è integrato con gli altri crea un insieme ricco e funzionale e permette ai singoli di essere forti su più fronti.
  • Conosco la mia rete, so chi mi può dare una mano. La storia: "Quando Tartaruga correva veloce" di Marta Sala. La storia "Federico".

FRATELLI: come gestisco interazioni, conflitti e gelosie?

 - Gemelli: complicità e identità


Main points

Un genitore che fa un passo indietro permette al figlio di farne molti in avanti!

Vivere le loro interazioni con un atteggiamento di fiducia nelle loro capacità. Non hanno (sempre) bisogno di noi.

Il valore del conflitto: affermazione di sé e regolazione reciproca

il conflitto è fisiologico; il gioco della lotta. Conoscere i propri limiti ed esplorare le proprie risorse.

Aspettare e osservare senza intervenire. Saper esserci senza giudicare. Sportscasting

Lasciare a loro la chiave del conflitto e la soddisfazione di una soluzione condivisa. Ovvero una competenza nuova acquisita. Una maggior fiducia in sé e una maggiore autonomia.

Non ci sono alleanze che escludono: come stare dalla parte di entrambi.

Chiedere scusa: se l'empatia è solo un'etichetta.

Un conflitto senza paura. Entrare nella rabbia, nella tristezza, nei sentimenti di gelosia.

Attenzione alle nostre proiezioni. Be in-the-moment. Il mondo dei bambini non è quello degli adulti

Sono ammesse tutte le emozioni.

Vietato dire capricci.

La gelosia: aggressività e fragilità, differenti espressioni di un forte sentimento. La giusta chiave di lettura.

"Ti voglio bene anche se"


Gemelli: tra unione e separazione, complicità e identità.

GENITORI COACH


COSA ti aspetti da me? Niente, TI aspetto!


Un coach aiuta a riscoprire le proprie risorse e potenziarle. Fa in modo che la persona SIA al suo meglio; molto poco viene dato dall'esterno, la persona ha già in sé ciò che serve. 


Main points:

  • Immaginario vs reale. Il genitore deve continuamente ri-adattare la sua percezione del bambino, in un'oscillazione tra il bambino che ha immaginato e il bambino reale che ha davanti, mentre esprime lecite fantasie... "cosa vorrei per lui". Speranze o aspettative?
  • Il genitore è una risorsa quando aiuta il bambino a trovare le proprie risorse, non quando si sostituisce a lui nei compiti evolutivi. Va lasciato e favorito un ruolo ATTIVO e di POTERE. Ha lui la chiave per sé stesso!
  • Breve termine vs Lungo termine: quale è l'obiettivo? Il raggiungimento del comportamento-target o il messaggio che passa in funzione di una buona crescita? Stimolare l'iniziativa e le risorse
  • Focus sulla Performance vs Focus sulla Persona. Tollerare l'attesa, la frustrazione. Rispetto dei tempi e dei modi. Fiducia nelle sue capacità. 
  • Respect and Trust (Magda Gerber RIE)
  • Incoraggiamento o attesa di performance: arricchimento o iperstimolo? Sintomi.
  • "Al naturale". La noia. ("rispettare il timing", D.Novara)
  • Di fronte alla difficoltà e all'insuccesso: lasciare sperimentare. Trust!
  • Quando occorre il nostro intervento? Quale può essere il nostro aiuto?
  • When we do less, children think and learn more.
  • The parenting Magic Word: WAIT (Magda Gerber, RIE)
  • Un sistema di sicurezza interno.

Maternità & Lavoro

evento MaMi Business, 

25 novembre 2017 


Vedi la presentazione integrale 

ADOLESCENTI: UNA SEPARAZIONE PER ESSERE

Cosa accade quando per crescere occorre separarsi e individuarsi, uscire da uno stato di dipendenza per recuperare una dimensione di indipendenza e autonomia

A volte ci troviamo ad osservare un conflitto “patologico” all’interno di un conflitto evolutivo fisiologico, uno stato di arresto e di sospensione nell’impossibilità di evolvere nella crescita e procedere negli step di maturazione.

La dinamica separazione-individuazione che attraversano i figli, i giovani, è un conflitto evolutivo, ovvero fisiologico, è parte del naturale ordine delle cose. Questo passaggio, verso una separazione dall'altro e un'individuazione di sé, alla ricerca di una propria autonomia e identità, comporta dei costi, uno su tutti la perdita di un sistema di sicurezza forte esterno (genitoriale), accompagnata dal timore (a volte angosciante) di non riuscire ad averne uno nuovo, proprio. La fatica di uscire da uno stato di dipendenza sicuro e confortevole, per entrare in un’autonomia che è anche assenza di riferimenti e insicurezza...

In questi casi la noia, l’inattività e l’apatia dei giovani non sono semplice pigrizia adolescenziale ma spesso paura di entrare nel mondo, sensazione di non sentirsi attrezzati, avvertirsi come senza risorse, impauriti, non in grado. Una resistenza al cambiamento e al movimento per paura di non farcela a sostenere ciò che un passo avanti comporta.

Alla base sempre più spesso è la fatica di stare dietro alle aspettative proprie e degli altri, con il blocco che ne deriva e da cui è difficile uscire, dove occorre immettere uno sforzo e un costo importanti per non soccombere e per rimanere all’altezza della performance attesa, che è in lotta con il forte timore di fallire. La spinta a fare e far fare del genitore non va quindi ad aumentare l’autostima del figlio ma solo il timore di non fare come e quanto ci si aspetta. Non c’è fiducia quindi ma pretesa di adeguamento.

Allo stesso modo si percepisce una forte pressione quando ci si percepisce come il figlio “preferito”: qui si innesca una dinamica pericolosa e paradossale. Anche questo sentimento infatti, più o meno esplicito, non genera nel figlio un vissuto positivo, né trasmette fiducia nelle sue possibilità, crea piuttosto su di lui aspettative che altro non fanno che impedire una realizzazione libera di sé; il figlio preferito si sente costretto e ancor più in dovere di rispondere ad una aspettativa, di rispettare le attese, di non venir meno all apreferenza: quanta ansia in questa relazione!

Occorre allora prestare un’attenzione sempre maggiore quando si guarda ai nostri figli affinchè si riesca a infondere loro una fiducia che non sia pretesa e aspettativa, uno sguardo a come sono e non a come ci si aspetta che siano, accorti a dosare e moderare desideri e speranze su di loro senza condizionarli e reprimerne le spinte naturali.

In quella linea di confine sottile tra ciò che si spera e ciò che si pretende, va colto subito ciò che accade quando il reale non corrisponde all’immaginato, quando il figlio disattende, se riesce a disattendere: la relaizone genitore-figlio diviene patogena fino ad essere interiorizzata nel figlio stesso che diventa il primo a pretendere da sé e a tendere a questo ideale in cui nemmeno si riconosce ma da cui è difficile prendere le distanze. Perché svinolcarsi significa non corrispondere, e dunque deludere. E quale figlio si prende il carico di deludere il proprio genitore? E’ allora il genitore che, a monte, deve liberare il figlio da questi desiderata.

Ciò accade in una fase di vita in cui già i compiti evolutivi fisiologici richiedono uno sforzo a misurarsi con se stessi e venire a patti con ciò che effettivamente si è e si riesce a fare, che è già un gran lavoro per l’adolescente; un ragazzo deve capire, in questa oscillazione tra ideale e realtà, dove sta lui, ridimensionando l’ideale di sè per far fronte alle sue reali capacità, attraverso l’accettazione dei limiti che necessariamente ha. 

In questa “negoziazione” che l’adolescente fa con se stesso e con l’esterno può dunque rimanere schiacciato, e trovare in un adeguamento passivo la sua strategia di adattamento, senza riuscire quindi ad affermarsi; ma è proprio in questa passività che la rabbia e la frustrazione per ciò che si reprime nascono e crescono, e quando non trovano un buon canale di espressione, si costituiscono come quelle dimensioni che irrompono, a un certo punto, prendendo la forma di agiti impulsivi, più o meno gravi, verso sé o verso l’altro, quegli agiti di cui tanto, poi, ci si spaventa.


E’ allora a carico del genitore il primo lavoro da fare: favorire la separazione e l’individuazione del figlio.



....un sufficientemente che salva...


Quel sufficientemente che permette alla mamma di poter non essere perfetta. Una parola che ci dice che essere perfetta, come mamma, è già dato come non possibile. 

Quel sufficientemente che deve sollevare almeno in parte dai sensi di colpa per gli errori che inevitabilmente si commettono nel ruolo di genitore, per i cedimenti e le difficoltà a cui si è esposti, per le volte in cui si perde il controllo e solo dopo ci si rende conto di averlo fatto. 

Quel sufficientemente che, noi mamme, dobbiamo accettare e accogliere come bussola, che dà conto di ciò che è possibile, cioè non tutto e non sempre; dei limiti che abbiamo, dunque. Quel sufficientemente deve dare una serenità e un alleggerimento dalla responsabilità educativa di cui sentiamo il carico.

i manuali, le teorie che tanto si ricercano, si leggono e si studiano, aiutano sì a comprendere, a capire, ad approfondire e a orientare nel svolgere il ruolo di genitore.  Ma non devono alzare un'asticella che è spesso già alta, rispetto a quanto ci si aspetta che una madre sia o faccia. Non devono andare ad aumentare o aggravare una sensazione di inadeguatezza e, appunto, di non sufficienza che già una madre spesso avverte, quell'insicurezza o il timore di non capire abbastanza o del tutto un figlio o di non saper rispondere sempre e appieno ai suoi bisogni. Se già è presente in parte questa incertezza, i manuali rischiano di far sentire la mamma ancora più lontana da ciò che dovrebbe essere e da quel che sarebbe giusto facesse…creando un gap tra mamma reale, cioè ciò che può effettivamente essere e fare, e mamma ideale, la mamma come il manuale la descrive, perfetta! Questo rischia di demotivare piuttosto che aiutare. Il modello non lascia scampo e spazio a minori livelli di "performance". Ecco perché le mamme che sono anche psicologhe fanno spesso ancora più fatica, ancor meno riescono ad accettare i propri errori, i cedimenti, le fatiche, a perdonarsi, a rispettare e accogliere come "sufficientemente buona" la mamma reale e lasciare da parte, sui manuali, la mamma ideale, quella PERFETTA. Non solo sanno come dovrebbero essere ma anche quali conseguenze può comportare il non essere come dovrebbero.... forse sanno troppo?!?!? E non riescono a tenere a mente anche quella parte dei manuali che guarda alla madre, e che con quel sufficientemente, già dai tempi di Winnicott, accoglie le sue fatiche e le restituisce la possibilità di sbagliare; con consapevolezza e desiderio di migliorarsi, certo, per meglio capire e rispondere ai bisogni del bambino dandogli accoglimento e rispecchiamento, fiducia e sicurezza, ma ... potendo sbagliare.

In un'opportuna flessibilità che oscilla tra reale e ideale, tra il possibile e l’atteso, in un senso costruttivo e migliorativo e non invece demoralizzante e demotivante.

L’accettazione dei limiti propri è allora un passaggio fondamentale, il primo passaggio che occorre fare, utile a tenere a bada i sensi di colpa per la mancata perfezione nel ruolo.


Perdonarsi gli errori, non dimenticandosi mai di quel sufficientemente che salva.



MODELLARE I SOGNI SU UNA REALTA’ POSSIBILE

Per evitare prevedibili frustrazioni occorre sognare ciò che è possibile fare e costruire i sogni sulla nostra realtà.

Sì, perché quando ci si ostina a sognare qualcosa di ben poco possibile, a negare gli aspetti di vincolo e di limite della nostra realtà, a non accettare né adattarsi a un cambiamento avvenuto nella nostra quotidianità…ecco che i sogni, più che aiutarci a perseguire una dimensione migliore, più serena e felice, sono proprio la causa di una grande sofferenza, di uno stato di irritazione e di irrequietezza, di insoddisfazione, e financo di crisi.

Per poter immaginare un diverso assetto, che mantenga però un link realistico con il nostro status quo, il primo movimento da compiere è allora quello di analizzare e valutare la nostra realtà, comprenderla e accettarla; il secondo è volto a coglierne le potenzialità evolutive ancora non utilizzate, ma presenti, gli aspetti migliorativi ancora non sfruttati ma esistenti. Solo da qui costruire il sogno, e solo così le nostre spinte interne, le speranze e le fantasie che ci motivano verso il nuovo, che ci riempiono di energia ed entusiasmo, non rimarranno deluse e saranno fonte di effettivo arricchimento e soddisfazione.

E’ quando immaginiamo uno stato che prende la forma di un sogno irrealistico, eccessivamente lontano e distante dalla realtà e dalle potenzialità di chi siamo e dove siamo che si rischia di scivolare in uno stato di grande frustrazione, che genera facilmente conflitti interni ed esterni, relazionali spesso.

Curiosità, entusiasmo, ambizione che inneschino un movimento a perseguire ciò che possiamo già sfiorare, che con un piccolo sforzo possiamo afferrare, stringere e conquistare. Un salto possibile, dove la motivazione sia sostenuta dalle risorse proprie e del contesto, per giungere ad un esito positivo, evitando un prevedibile FLOP!

Ciò è ancor più vero quando la persona, anzi la coppia, diventa un trio o un quartetto, perché nascono uno o due figli. Cambia l’assetto, cambia la quotidianità, cambiano i sogni possibili, o le modalità o i tempi con cui è possibile raggiungerli; si modificano gli orizzonti. Quando non si riesce a fare un passaggio e un movimento adattativo sul nuovo assetto e ci si ostina a pensarsi in un equilibrio a due e di due…allora non si fanno i conti con la realtà e ahimè le conseguenze non sono per nulla piacevoli! La coppia spesso si trova a faticare in questa fase del processo, perché la libertà di due adulti difficilmente rimane immodificata dalla presenza dei nuovi entrati, che, come natura vuole, richiedono attenzioni e accortezze che vanno considerate, e non invece negate! In alcuni casi questo momento è vissuto come una frustrazione forte, una repressione di alcune spinte interne.

La giovane coppia alle prese con il nuovo nato deve dimostrare questa capacità di adattamento e assestamento per la prima volta, la coppia più matura, al secondo figlio, deve invece proseguire il lavoro, già iniziato con il primogenito, di ridimensionamento e riadattamento "a misura di bambino" di aspettative proprie e di coppia, dimostrando quindi anche una capacità di "tenuta" nel tempo. La tenuta, quando ben gestita e serenamente vissuta, può generare un processo di trasformazione, il cui esito è un equilibrio certamente diverso dal precedente ma ugualmente sereno e funzionante, sui tre fronti, personale, coniugale, genitoriale. La famiglia trova la sua dimensione. 

Rincorrere insistentemente sogni di uno stato passato, certamente diverso dallo stato presente, non fa altro quindi che generare frustrazioni; saper produrre nuovi sogni, generati dalle nuove ed effettive condizioni, creare e immaginare nuove realtà possibili, migliori certamente, ma possibili, è un atteggiamento che allontana la delusione e favorisce la soddisfazione e la realizzazione di quanto desiderato.


Accettare ciò che c'è fa andare avanti, contrastarlo tiene fermi.


LA FUORI C'E' UN MONDO!

Spesso le mamme sono come immerse in una sorta di microcosmo; questo è fisiologico, naturale, anche protettivo verso il figlio, a garanzia di una dedizione e di un investimento forte sul nuovo (ma non per forza) nato. Come per ogni cosa però il sistema per essere funzionale e funzionante non può rimanere, per un periodo eccessivamente lungo, rigidamente chiuso in se stesso, serrato e impermeabile a stimoli esterni. Deve invece sapersi aprire al resto, al contesto...al mondo là fuori… perché là fuori c'è un mondo! 

E’ importante che rimangano aperte delle finestre, occorre poter respirare un'aria diversa, poter riemergere e uscire. Ciò serve a non comprimere, o reprimere esigenze altre, che pur si avvertono, a ricaricarsi di nuove energie, scaricando sforzi e pressioni, lasciando andare lo stress e prendendo invece nuovi spunti vitali.

Il sistema che rimane chiuso alimenta e fomenta stati di tensione fino a portare a saturazione, e crisi. Un buon livello di permeabilità che consente di entrare e uscire, buttare fuori e accogliere il nuovo che da fuori arriva e fuori si trova, va in direzione di una funzionale e adattiva fluidità e flessibilità. Scambi interno-esterno rivitalizzano, oltre a decomprimere. Alcuni momenti permettono più facilmente di aprire e abbracciare esperienze diverse dal microcosmo casalingo, altri momenti richiedono invece una buona capacità di chiudere e ricompattarsi in un nucleo famigliare unito in cui i membri si avvicinano e si stringono. 

Si tratta di sapere uscire per poi rincasare.

Per una mamma ricavarsi spazi fuori dal contesto famigliare permette di alimentare le forze, l'umore, la serenità e l'energia, aspetti che per una sorta di proprietà transitiva passano e arrivano al figlio, entrano in casa con lei quando rientra. Ecco perché questi movimenti vanno incentivati, e non invece rimproverati e considerati un inopportuno distacco dalla cura dei figli. 

Il lavoro, quando rappresenta la realizzazione di una passione ed è ambito vissuto con positività e buon investimento, può già essere luogo e momento in cui la donna riprende una dimensione di soddisfazione e gratificazione. Lì si può infatti spendere e sperimentare in un ruolo in cui sa di esprimere capacità e competenze di cui è forte. E certamente ambiti di piacere con amiche o qualsivoglia attività che risponde a interessi e passioni sono da mantenere, favorire e incoraggiare.

Non si tratta quindi di una dicotomia o di due dimensioni che si autoescludono, mamma vs donna, piuttosto di una complementarietà, che ognuna vive poi con i propri tempi e con modi del tutto personali, ma che certo non deve essere bandita o mal vista. Il distacco momentaneo dal figlio, o dai figli, è da leggersi dunque alla luce di un sano, costruttivo e funzionale egoismo che va a beneficio di una maggior serenità della persona, e della persona nella sua relazione con i figli, con il marito e con la casa (e ciò che questa rappresenta). Non dunque un movimento egoistico di cui sentirsi in colpa bensì una spinta che a medio-lungo termine permette e favorisce un clima famigliare di maggior serenità e positività, lontano da rivendicazioni e frustrazioni, spesso silenti e proprio per questo ancor più distruttive, che sono di fatto l'anticamera di crisi e rotture importanti.

Perchè il microcosmo "casa" non sia vissuto, come a volte rischia di accadere, dall'uno o dall'altra come una situazione di costrizione e impedimento e sia invece luogo e spazio di calore e accoglimento, positivamente percepito. 

Quanto detto vale non solo per la mamma, o nel caso per il papà, ma anche per i due, per la coppia. Anche la coppia va infatti mantenuta viva e vivace attraverso esperienze altre, extra-casalinghe. La coppia infatti può/deve esprimersi e vivere anche al di fuori, può uscire a raccogliere spunti nuovi senza chiudersi e cronicizzarsi in modalità e meccanismi che, se disfunzionali, non trovano vie di uscita e possibilità di cambiamento. 


Aprire piccole e grandi finestre è allora di giovamento per l'intero nucleo famigliare. 

Il microcosmo va reinserito e reintegrato nel più ampio e ricco macrocosmo.



COPPIA CONIUGALE E COPPIA GENITORIALE...SONO LA STESSA COPPIA?

A volte le due sfere viaggiano nella stessa direzione ed evolvono armoniosamente insieme, si è amanti e si è genitori in un modo adattivo e funzionante.

Altre volte la coppia coniugale e la coppia genitoriale prendono strade diverse, talora imboccano vie opposte, oppure seguono percorsi paralleli, o ancora accade che si scontrino ed entrino in conflitto. Si tratta spesso di movimenti continui e oscillazioni tra allontanamenti dei due soggetti e riavvicinamenti. Il tentativo è quello di riallinearsi ogni volta e far ricongiungere le due sfere. Sottesa è la fatica a rimanere in uno stabile equilibrio, in uno stato di integrazione e coesione.

I diversi momenti di vita, poi, richiamano e richiedono un'attivazione e un investimento maggiore su una dimensione per lasciare sullo sfondo, temporaneamente, l'altra.

In alcuni casi è invece necessario uno sforzo forte sui due fronti, perché le "due" coppie si diano nutrimento ed energie vicendevolmente, rimanendo in primo piano sulla scena entrambe.

La fatica è allora quella di esserci e giocarsi sui due versanti, oscillare nei ruoli in maniera agile, flessibile, perché vi sia un equilibrio delle parti, senza collassamenti di nessuna di queste.

Ciascuna coppia ha poi un naturale sbilanciamento verso l'una o l'altra sfera; alcune sono più evidentemente forti e solidali come coppia coniugale, altre tendono spontaneamente a esprimersi prima come genitori e più facilmente accantonano l'aspetto amoroso della coppia in sé, privilegiando l'aspetto amorevole e affettuoso di cura e dedizione ai figli. Nonostante le naturali predisposizioni è indubbio che molto giocano i momenti e le fasi della vita che la coppia o il singolo attraversa.

Specifici eventi comportano infatti la necessità di dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio la funzione genitoriale; si pensi al momento stesso della nascita di un figlio. Questa di necessità e fisiologia richiede una maggior dedizione al nuovo nato che reclama tempi e spazi quasi totalizzanti: qui la coppia coniugale deve saper aspettare, per poter pian piano re-investire sulla dimensione amorosa quando il figlio cresce, trovando e recuperando nuovamente spazi propri. Ma, ancora, un figlio adolescente, per i compiti evolutivi che affronta, può richiedere alla coppia molte attenzioni ed energie, e qui di nuovo la funzione genitoriale irrompe con forza nello spazio della quotidianità, fisico e mentale. 

D'altra parte momenti personali più critici, un nuovo lavoro, un problema di salute, possono essere affrontati in un modo meno stressante per il soggetto se c’è la presenza dell’altro in quanto coniuge, al di là della funzione che riveste come genitore.

Da qui dunque la necessità di tollerare fisiologici sbilanciamenti, che non possono però rimanere fissi creando scompensi e collassamenti dell'una o dell'altra parte e che devono invece essere accompagnati dalla capacità di recuperare quanto si è lasciato indietro per riprendere una corsa comune e condivisa.

Ecco allora che il soggetto si esprime non in una sola coppia ma in due; a volte trova coerenza in se stesso e un senso di armonia, a volte invece si sente strattonato dall'una o dall'altra parte senza riuscire a far conciliare e integrare le due sfere in cui è coinvolto. Si avverte la fatica, l’inadeguatezza sull’uno o sull’altro fronte; occorre a quel punto comprendere, ri-leggere ciò che accade, entrare nei propri vissuti ma anche nelle modalità comportamentali, per individuare strategie più funzionali e un miglior assetto proprio e di coppia.



MAMMA...CHE FATICA!

Un progetto nato da un'esperienza autobiografica.

Quando la nascita di un figlio, o due, o tre, comporta la necessità di trovare nuove forze e nuove energie, e la capacità di tenere insieme tutti i pezzi di un puzzle che diventa sempre più grande, articolato e complesso.


Come e cosa cambia quando non si è più i soli e unici protagonisti della propria vita...perché è arrivato un figlio o magari due o....tre...!

La fatica delle mamme è in primo luogo prettamente fisica, e più alto è il numero dei figli, più gli sforzi aumentano! Ma certamente rilevante è anche la fatica emotiva, la fatica che comporta sostenere alcune richieste dei figli, alcune modalità e alcuni comportamenti. Alla base, la fatica si trova nello stesso fatto di dover anteporre spesso (se non sempre!) i bisogni del figlio ai propri, dover rispondere prima alle sue esigenze, dare spazio prima ai suoi desideri che non ai propri. Questo è in una certa misura fisiologico, è richiesto dalla natura stessa, soprattutto nei primi anni di vita di un figlio; è importante allora che una mamma riesca a fare questo movimento. D'altra parte uno sforzo eccessivo o eccessivamente prolungato in questo senso fa maturare una senso di fatica e frustrazione che a lungo termine genera un importante disagio. E dunque è qui che occorre ridare uno spazio ad esigenze e spinte personali, far tornare in gioco parti di sé diverse e non connesse al ruolo genitoriale.

Ecco che i ruoli e le dimensioni di sé si moltiplicano, come le forze e le spinte interne ed esterne, diverse e a volte in contrapposizione. Non si può negare, in molti casi, la fatica di trovare ed assestarsi su un nuovo equilibrio, di soddisfazione piena, e serenità. Quante parti da integrare e conciliare...Tenere duro per non mollare niente e non perdere motivazioni e forze...non perdere parti di sé. 

Compresente è anche la gestione della coppia, dell'altro...che a volte aiuta e favorisce e a volte no, e che comunque richiede di giocare un'altra parte ancora di sé.

Come ovvio poi le strade e le implicazioni sono mille e milioni....tutte personali e uniche ma anche spesso condivise e condivisibili.
Tre i focus di lavoro (mentale)... la persona, nella parte che gioca su e per se stessa, la mamma-genitore, e la parte legata all'altro, ovvero la coppia da alimentare e non tralasciare.

Siamo in una terra di mezzo...perché non si tratta di patologia ma di una fatica che però può davvero mettere in scacco la persona, e forse anche la coppia.

Lo spazio che si intende è mentale prima ancora che fisico, ed è dedicato a consulenze individuali, per entrare e lavorare sulle storie personali. 
Incontri di gruppo, di condivisione, o di introduzione a un lavoro individuale possono rappresentare un'altra efficace strada da percorrere.


PRIMA CHE LO STRESS...PORTI ALLA CRISI!

Prevenire il burn out, al lavoro e a casa!

Quando le problematiche che nascono, crescono e si alimentano sul luogo di lavoro diventano importanti a tal punto da mettere in crisi la persona...prima che arrivi un burn out vale la pena fermarsi e guardarsi.

Occorre saper riconoscere l'intensità del proprio disagio, la fatica a vivere il lavoro e quanto è ad esso legato: il rapporto con i colleghi o con il responsabile, lo stress legato alla performance, lo stress nella gestione delle difficoltà e della complessità lavorativa, lo stress nella gestione dei collaboratori. L'ansia nell'affrontare le sfide professionali anche quando queste dovrebbero rappresentare un passaggio di carriera ed essere funzionali ad un'evoluzione positiva e di crescita.

Ecco che la valutazione e l'individuazione degli elementi di fatica e di difficoltà, unitamente al riconoscimento e potenziamento delle risorse e degli strumenti che si possiedono può permettere di riprendere uno stato di controllo e padronanza e agire sulla situazione attraverso modalità di gestione più efficaci e uno stato emotivo di maggior serenità e positività.